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“Tutte le sue grandezze”, l’ultimo romanzo di Marco Vespa

“Tutte le sue grandezze”, l’ultimo romanzo di Marco Vespa
di Giuseppe Amoroso

Catania, che «si distrae dalla sua storia», connota subito, nel romanzo di Marco Vespa Tutte le sue grandezze (Il Palindromo, pp. 179), i molti personaggi attraverso la densità di ritratti calibrati, nei quali il chiaroscuro lascia piccoli zampilli di inquietudine, l’invito a una sospensione, a una sosta destinata a divenire figura di un’altra e più allarmata vicenda, che dall’ombra si intravede slittare in un intrigo, risvolto misterioso di un’attesa di eventi e di parole. Un palazzo nobiliare affacciato sul mare, il cortile «immobile» nella notte di giugno, «finestre chiuse, persiane buie, prospetti grandiosi» e la scalinata illuminata da «lampioni fiochi». Improvviso, un vento che agita le piante, mentre un vetro si rompe e con un boato sotterraneo la terra trema e cominciano ad arrivare, nel sussulto del disordine, gli inquilini del palazzo. Ed ecco alto, biondo, lineamenti delicati, Riccardo Portoleva, con accanto un levriero e poi, «piccolo, tondo, tostato di colorito», Gugliemo Calasparra, proprietario del palazzo e, «assorta, elegante in ogni occasione», la sorella Adriana. Da una Mini, che arriva sbandando, esce l’ultima ospite, Marica, seducente, disinvolta, «la meravigliata della grotta del presepe» (secondo le parole di Riccardo), con due buste firmate. Le voci si incrociano, nuovi volti di rilievo arrivano (tra cui Lilia, che si sente «personaggio di emozione»), e intanto il meccanismo romanzesco, pluriforme e rumoroso ma, per contro, avvolto da enigmi di silenzio, accende il motore, convoca una folla di minori, apre lunghi dialoghi fermentati di sentimenti effusi e di aforismi.
La corrente stilistica e narrativa viene incanalata in una tonalità ora contratta e come cauta, ora posata sulla descrizione di dettagli e di gesti che si fa sempre più minuziosa, insistita e qua e là aggressiva. La miscela, pur nell’alternanza turbinosa dei livelli, risulta immediata e plastica fin nelle dissolvenze, pronta a dare animazione ai personaggi, risalti alle loro scie. A circoscriverli in una semplice definizione, una tessera, un cameo bastano per allargare senza frizioni i confini e spalancare un universo scenico fulminato dalla sorpresa. Un quadro di insieme, dalle cornici che tendono a prolungare gli spazi, e costruito per riprodurre eventi collettivi ed esperienze dei singoli protagonisti, inchiodati su un infuocato territorio-alveare in cui ogni minimo fatto è custodito per inoltrarsi in un volo o nel buio. Ogni accadimento assume il colore della devastante realtà che lo circonda. Da qui il recupero delle cose più marginali, umili e disperse e della doviziosa, barocca ricchezza di certi interni. Un recupero promosso con una larga partecipazione al racconto e soprattutto impiegato non come accessorio supplente ma come elemento indispensabile per la rappresentazione del mosaico dei giorni e della «città nervosa di auto che scappano, si affrettano» e di un lungomare di «palme rinsecchite» e di rami «accasciati come una gonna sul tronco». E intanto, «navi, luci e riflessi si legano alle figure e tutto parla della vita che è lì da pigliare e stanno ad ascoltare».
Nulla sfugge al censimento millimetrico di azioni, spesso declinate dal ralenti, di stati d’animo e fondali, che l’autore opera per offrire lo spessore di una vita concreta che, sebbene mantenga una marea di inquadrature fantastiche e in qualche misura, illusionistiche, sembra uscire, per nettezza di disegno e precisione di riferimenti, da un documento notarile, dalla cronaca di un giornale o da una carta topografica. È questa dimensione oscillante del romanzo a dare la cifra di una scrittura che sfrutta tutti gli elementi di peso e di contrasto, passando disinvolta da uno stupefatto e, in un certo senso, musicale incontro d’amore a trasgressioni e rapporti di intensa sensualità, da un asettico ufficio di un’agenzia immobiliare a mostre e concerti; da episodi e foto, raccolti dal passato, a memorie di una remota «leggerezza di esistere»; dall’aeroporto, dove la porta che scorre «mette fuori facce sbalordite di essere accolte da una folla che non aspetta loro», a riunioni mondane e a risate «disperate». Come ridestate da una danza di gattopardiana suggestione, contagiate però di carnalità, ora le figure centrali sono illuse da quel valzer di incantamento e di tristezza con cui il sortilegio delle note di Sibelius e Shostakovich sembra la colonna sonora che le accompagna in un viaggio di perdite e di assoluzioni. Dopo la catastrofe del terremoto, il sole dell’aurora «tinge di rosso le case» e guida l’attenzione sulla veduta di un mondo distrutto: «una nuova magnificenza prende la scena, e sullo sfondo c’è la montagna».
Da una collana di sparsi microracconti, armonizzati con il filo rosso del romanzo, emerge la qualità dell’operazione narrativa di Vespa, abile nel fondere situazioni e temperature tra loro diversissime in un organismo in grado di miscelare euforia e dolore, orizzonti ampi e oggetti senza alone, il viavai dell’avventura e il tempo immobile di una conversazione.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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