Mar. Ago 20th, 2019

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Ucciso per aver “rubato” la droga del capo: 5 arresti

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I vertici del clan Belforte decisero l’eliminazione dell'uomo per punizione

Meritava una punizione esemplare l’affiliato Michele Di Giovanni, per questo i vertici del clan Belforte di Marcianise ne decisero l’eliminazione che avvenne il 16 gennaio del 2006. Le sue colpe, fatali per il codice camorrista, consistevano nell’essersi impossessato di 500 grammi di cocaina di proprietà del capoclan, e di aver chiesto la tangente ad alcuni imprenditori già taglieggiati dai Belforte per conto della cosca rivale, i Piccolo. Dopo sei anni da quell’episodio, i carabinieri del Nucleo Investigativo di Caserta coordinati dalla DDA di Napoli, hanno ricostruito ciò che avvenne prima e durante il delitto arrestando su ordine del Gip partenopeo mandanti ed esecutori, tutti già detenuti per altra causa, ovvero i reggenti di allora Bruno Buttone, 40enne e Gaetano Piccolo, 52 anni, e alcuni tra gli esecutori, tra cui il trentenne Claudio Buttone, fratello di Bruno, che procurò le armi ai killer, lo “specchiettista” Francesco Severi, 42 anni ed il 44enne Giuseppe Sparaco che recuperò le armi ed il motorino rubato utilizzati per il delitto. A dare una svolta alle indagini le dichiarazioni autoaccusatorie di uno dei capi della cosca nel 2006, Michele Froncillo, e dei sicari del delitto Pasquale Aveta e Domenico Cuccaro, nel frattempo divenuti collaboratori di giustizia. Di Giovanni fu ucciso mentre viaggiava a bordo del suo scooter nei pressi del Parco Primavera di Marcianise; a sparargli cinque colpi di pistola fu Aveta, che era su un motorino guidato da Cuccaro. L’eliminazione invece fu decisa a casa di Bruno Buttone. Pochi mesi dopo il delitto i carabinieri arrestarono già alcuni dei responsabili grazie al racconto di altri pentiti, ovvero Riccardo Di Grazia, Paolo Di Grazia e Antonio Gerardi, ma il provvedimento non fu convalidato e l’indagine fu archiviata.
I successivi racconti di Froncillo, di Aveta e di Cuccaro, divenuti collaboratori di giustizia, hanno consentito la riapertura del procedimento penale, rafforzando i riscontri eseguiti dai carabinieri del Nucleo investigativo di Caserta. L’agguato fu deciso nel corso di una riunione dei vertici del clan presso l’abitazione di Bruno Buttone a cui prese parte anche Gaetano Piccolo; Cuccaro e Aveta, entrambi in sella a un ciclomotore rubato, commisero l’agguato: cinque colpi di pistola a tamburo esplosi mentre la vittima era su uno scooter nei pressi del Parco Primavera di Marcianise. La punizione “esemplare” di Di Giovanni – sottolinea una nota della Procura di Napoli – doveva servire per riaffermare l’indiscussa supremazia del clan in ogni settore d’affari.

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