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Ucraina, una pace di interesse comune

Ucraina, una pace di interesse comune
di Carmelo Currò

Schermata 03-2456721 alle 00.41.23Sembra facile, per le Potenze occidentali, condannare l’intervento russo, e sotto molti punti di vista, è anche normale, se si considera il lungo braccio di ferro che ha opposto le Nazioni atlantiche con l’Unione sovietica e il Patto di Varsavia, nel tentativo di arginare l’avanzata dell’egemonia comunista in Europa. Un’egemonia che tra le sue armi poteva contare l’ideologia e l’atomica ma che in primo luogo era erede dell’antico imperialismo russo che, dai tempi degli zar, cercava lo sbocco della sua espansione terrestre sul Mediterraneo e sul Pacifico.
Oggi la Russia di Putin continua quell’espansione, godendo di due armi particolari: il revanscismo interno che fa presa sull’orgoglio nazionale non rassegnato a subire uno Stato territorialmente mutilato e “secondo” rispetto agli stati Uniti o alla stessa Cina; le immense riserve di gas che consentono di incamerare danaro e influenzare le politiche europee svitando o avvitando i rubinetti dei suoi gasdotti.
La Russia fu privata pochi anni fa di un’Ucraina che in parte era storicamente avversa. La sua area occidentale fu a lungo contesa con la Polonia e ampi settori della popolazione ortodossa, già nei secoli scorsi erano passate alla Chiesa di Roma conservando i riti orientali; la stessa parte accolse con qualche entusiasmo i nazisti (che finsero di accordare una discreta libertà di culto); e sempre qui la popolazione russofona costituisce una minoranza. Eppure, questa Nazione fu strappata pezzo per pezzo dai Russi a Tartari, Polacchi e Turchi, per arrivare al mar Nero e alle immense distese coltivate a grano che furono poi desolate dalle collettivizzazioni sovietiche.
vladimir-putinSembra facile dire: “Vieni a visitare la Russia, prima che la Russia visiti te”, come ha scritto un amico bosniaco qualche giorno fa. Il Popolo ucraino è estremamente composito, e nella stessa regione si combinano etnie molto vicine ma spiritualmente lontane, come non appare quando si vedono tumultuare le folle delle piazze. La Russia non rinuncerà facilmente a un discreto controllo sulla Nazione: per Putin, per la gente, la perdita dell’amicizia ucraina, il suo ingresso nella Nato, costituirebbero una sconfitta troppo cocente nell’ambito della politica tradizionale della Madre Russia.
Ma fino a che punto si può portare avanti il confronto con Mosca? Due sono i pericoli che si celano dietro un ostinato braccio di ferro; e che i leaders occidentali che contano non focalizzano pienamente. Così come non hanno focalizzato i pericoli delle primavere arabe che hanno solo rafforzato gli estremisti islamici. In primo luogo, la supremazia energetica del colosso russo fa sì che il Cremlino disponga di una carta molto convincente. Paesi come l’Italia dipendono in larga parte dal gas russo. Altri, come la Germania o l’Austria, nonostante le loro dichiarazioni europeiste, godono di un posto di favore nei rapporti con Mosca, poiché da anni la loro politica estera ed economica cerca di aggirare brillantemente la distanza geografica e politica della Russia, con la costruzione del gasdotto del Nord o con la realizzazione di depositi giganteschi che consentirebbero di attutire qualsiasi interruzione dei flussi energetici dai giacimenti ex-sovietici.
scontri-proteste-ucraina-140219165456_bigTuttavia, se − anche a più lungo termine − si dovesse giungere a un ridimensionamento o a un blocco dei rifornimenti di gas russo; e se l’Occidente si impegnasse maggiormente a sostenere l’Ucraina o altre nazionalità contro Mosca, c’è da credere che il Cremlino non rimarrà a guardare. Mosca dispone di alleati e simpatizzanti fedeli, dalla Bielorussia alla Siria all’Iran. Quest’ultima Nazione manovra i fili di pericolosi alleati a Gaza e nel Sud Libano. La Russia può rivedere i suoi rapporti con un Paese atomico come la Corea del Nord. In caso di aggravamento della crisi, si può credere che verrà messo in moto un fronte ampio e pericoloso. Per distrarre l’opinione pubblica e i Governi dell’Occidente, approfittando delle tensioni, potrebbero essere condotti attacchi militari lungo i confini con Israele, lanciati razzi verso le colonie ebraiche, organizzati attentati contro il Governo di Gerusalemme o in Europa. L’Iran potrebbe discretamente riprendere le proprie attività atomiche. La Russia, per sottrarsi all’isolamento internazionale, privilegerebbe i rapporti politici ed economici con la Cina (messa a sua volta in grado di tralasciare i suoi affari petroliferi con il Canada) e intensificare quelli con gli Stati islamici, rafforzandoli anche militarmente in qualsiasi confronto con l’Occidente.
Insomma, nel braccio di ferro in corso, tutte le parti in causa devono attenersi a principi di prudenza e di lungimiranza politica, senza lasciarsi suggestionare dai leaders locali e dai tumulti della piazza. Non la prudenza forzata dell’Italia, naturalmente, riposta in seconda fila dalle grandi diplomazie e costretta a un ruolo minore dalle miopi scelte di politica energetica che l’hanno resa dipendente da un solo paio di grandi fornitori.
E’ chiaro che l’Ucraina deve rimanere una Nazione indenne da pesanti influenze esterne. Ma è chiaro anche che la Russia non deve essere costretta ad ingoiare una nuova sconfitta diplomatica e sopportare un potenziale nemico alle proprie frontiere meridionali. Se la Crimea intende ritornare a Mosca, pur conservando una vasta autonomia, rientri nella non contigua madrepatria. E fra Ucraina, Russia e Crimea si apra un’area di collaborazione economica e politica, possibilmente demilitarizzata.
La Russia stessa ha interesse a condurre questa politica di alleggerimento della situazione. La crisi economica internazionale ha depresso le possibilità di spesa dell’Occidente. La crescita di Mosca è parsa rallentata nel corso del 2013 e i suoi capitali sono spesso defluiti all’estero, senza la possibilità di investirli nei settori industriali interni non petroliferi. I capitali che arrivano dai Paesi assetati di petrolio sono indispensabili, se ne ha bisogno per un impiego nelle politiche salariali, nello sviluppo interno, nelle spese militari che devono mantenere alte le potenzialità dissuasive di uno Stato che desidera tornare protagonista della politica planetaria. Dunque, il Cremlino non può sopportare una tensione a lungo termine senza danno per la sua crescita. Gli spazi di trattativa devono tener conto di questi problemi pratici.
La necessità può condurre alla pace molto più dei buoni intendimenti.

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