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Ultimo banco. Perché gli insegnanti possono salvare l’Italia

Ultimo banco. Perché gli insegnanti possono salvare l’Italia
Giovanni Floris, Ultimo banco. Perché gli insegnanti possono salvare l’Italia, ed. Solferino, 2018
di Luigi Zampoli

Inizia un nuovo anno scolastico che reca con sé problemi ben noti e puntualmente irrisolti.
Giova, forse, una lettura dell’ultimo libro di Giovanni Floris che, partendo dal vissuto personale (i suoi ricordi scolastici, con una madre insegnante), compie un viaggio nell’Italia di oggi,  ridisegnando la scuola così come gli piacerebbe che fosse. Ne viene fuori un affresco di un “ultimo banco” che oggi è la scuola stessa nel suo complesso; proprio da quest’ultimo banco, infatti, la visione delle cose diviene più larga ed esauriente.
Il punto di partenza è la riscoperta della missione autentica della scuola: il topos della formazione della persona, e non del futuro lavoratore, il luogo delle “prime” relazioni tra individui, il “gymnasium” psico-fisico e intellettuale degli uomini e delle donne di domani.
Floris vede la scuola pubblica protagonista di questa missione di crescita individuale e collettiva, per la costruzione di un percorso di “sapere” condiviso, volto a formare una generazione di individui accomunati da valori e conoscenze propedeutici allo sviluppo delle loro potenzialità. In tempi di alternanza scuola-lavoro l’autentica finalità del ciclo scolastico deve puntare quindi alla formazione di una persona in grado di compiere scelte cruciali per il proprio futuro, intraprendendo un percorso volto alla conquista di senso civico e responsabilità. In tale prospettiva la scuola deve mettere al bando ogni individualismo, scoraggiando ogni rincorsa affannosa verso l’eccellenza e la competitività.
Tale posizione e il ruolo centrale tributato da Floris alla scuola pubblica non sfuggono, come ovvio, a possibili critiche di anti modernità: ma all’istituzione scolastica è indispensabile chiedere anche una critica agli aspetti deteriori della modernità, come, appunto,  l’ossessiva ricerca dell’affermazione personale a ogni costo. A partire da questo presupposto “Ultimo banco“ restituisce l’immagine di una scuola in cui la selezione comincia troppo presto, ponendo una cesura tra chi va avanti e chi rimane indietro, relegato ai margini. Il lavoro dei docenti dovrebbe mirare proprio a ridurre questo scarto, mettendo in primo piano il valore del gruppo, della classe e non del singolo.
C’è però un ulteriore problema da considerare. Se, un tempo, docenti e genitori costituivano un unico “blocco autoritario”,  oggi la loro vicendevole de-responsabilizzazione ha inevitabilmente modificato la percezione della scuola da parte degli stessi studenti, troppo spesso liberi di lasciarsi andare a gravi episodi d’indisciplina, nella più perfetta impunità: sono ormai molto lontani i tempi in cui Michel Foucault parlava della scuola come di un’organizzazione puramente regolamentare e disciplinare!
Floris ha girato in lungo e in largo per lo Stivale, partecipando a incontri nelle scuole, confrontandosi con il mondo della didattica, cercando di tenere insieme la cronaca di ciò che oggi è lo stato dell’istruzione pubblica con il proprio “sentire” di giornalista e genitore.  Traccia, così, le caratteristiche degli studenti del nostro tempo che, oggi più che in passato, hanno comportamenti e atteggiamenti molto eterogenei tra loro, rendendo assai più arduo il compito degli insegnanti, nella loro veste di educatori.
Dalle pagine del libro emerge un resoconto del disagio profondo che attraversa oggi la comunità scolastica italiana, il cui scoramento si traduce spesso in sfiducia, perché il tempo della scuola è visto dai ragazzi come un tributo da pagare prima di potersi riappropriare della propria esistenza. Una concezione – ed è questo l’aspetto più grave − avallata dai genitori che, spesso, vogliono solo che i figli prendano un diploma, senza alcun interesse per il loro autentico percorso di crescita.
Floris ribadisce perciò la centralità degli insegnanti per ripartire, ma sottovaluta, in parte, la necessità di valorizzare la loro figura a partire dalla riqualificazione del loro peso sociale. Un obiettivo che passa non solo dal miglioramento di un trattamento economico oggi inadeguato, ma attraverso un processo di trasformazione profonda della società civile, che possa così riconoscere e sostenere l’impegno formativo e culturale anche al di fuori di classi e aule.
È di sicuro un atto di amore questo libro e, al contempo, un ammonimento alla politica e alla coscienza collettiva: al di là dei luoghi materiali, tra l’altro vetusti e insicuri, è in gioco il patrimonio immateriale del Paese che la scuola rappresenta, quel genere di tesoro che una volta disperso condanna intere generazioni allo smarrimento e all’incapacità di realizzarsi in un mondo sempre più complesso.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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