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L’ultimo professore e l’anno che verrà

L’ultimo professore e l’anno che verrà

Domenico Ventriglia, L’ultimo professore, Ed. Il mio Libro-self publishing

di Luigi Zampoli

Roma Capitale nell’anno 2032 non è la metropoli degradata di oggi, è un manifesto di efficienza e organizzazione. Non c’è più niente, niente caos, traffico, disservizi, ma solo un ordine triste e meccanico. Gli automi hanno sostituito gli uomini e reso inutili molte delle attività umane, le imperfezioni e le differenze non esistono più perché la tecnologia ha appiattito e omologato tutto. Le relazioni umane e sociali nascono e si sviluppano su internet, nei social network si racchiude la vita quotidiana di ognuno, la scuola e l’educazione sono affidate a software e chat.
Nel mondo che sarà, descritto nell’ultimo libro di Domenico Ventriglia, tutte le apocalittiche previsioni sulla competizione tra uomo e macchina si sono realizzate nella feroce utopia, diventata realtà, del dominio tecnologico.
I giovani e giovanissimi sono il gruppo sociale di riferimento che ha smantellato gli ultimi simulacri dell’accademia e i luoghi del sapere tradizionale: resta in piedi il Liceo Matusalem, dove gli insegnanti combattono per la sopravvivenza, ormai sopraffatti da applicazioni informatiche che contengono l’intero sapere umano.
Il romanzo distopico di Ventriglia vive di una prosa leggera ma efficace, come se il lettore avesse bisogno di un antidoto contro lo straniamento di un nuovo mondo, in cui tutto ciò che era ora non è più. L’esercizio intellettuale e la trasmissione del sapere tra essere umani diventano un obsoleto argine ai processi di conoscenza, interamente affidati alle macchine, ed è la scuola il “topos” che vede il conflitto tra un passato e un futuro che fagocita il presente.
È la storia di un’inesorabile sopraffazione dell’umanità da parte di un’era tecnologica che trova il suo strenuo oppositore nella figura del professore: il docente è un medium che, tra i giovani e l’idolatria dei social, è diventato “esemplare di un‘umanità residua che non vuole rassegnarsi alla dismissione di pensiero critico e sentimenti”.
I luoghi dell’istruzione come li abbiamo sempre conosciuti e frequentati, le classi, gli alunni, la lavagna, il gesso e le accorate e, forse, tediose spiegazioni di un insegnante hanno gli anni contati?
Il libro è un ammonimento a saper distinguere tra futuro e futurismo, inteso come ideologia distruttrice in nome di una conoscenza che vuole prescindere a tutti i costi dall’eredità culturale.
Sembra una favola, ma non lo è: c’è uno scenario non del tutto inverosimile che prende forma prima tra le pagine del libro e poi nelle riflessioni finali, cui i lettori non possono sottrarsi.
Un avamposto sociale e culturale, qual è la scuola, è la trincea di una scissione epocale tra l’uomo e ciò che egli stesso ha creato, di cui rischia di perdere il controllo. Una nuova forma di populismo 2.0 decanta le magnifiche sorti progressive di una meta-esistenza al tempo dei microchip che vede la marginalizzazione dell’uomo nel percorso verso un malinteso progresso.
Conviene, forse, tralasciare tutto questa inquietudine su ciò che ci riserva il futuro e affidare al libro di Ventriglia il valore di un’accorata manifestazione di empatia verso il mondo della scuola e i suoi eroici partigiani: insegnanti come Liliana, la docente che, nel romanzo, è condannata da nuovi censori per aver formato i ragazzi all’insegna di “inutili sentimentalismi”.

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