Home
Il blog de IConfronti utilizza cookie di servizio e di analisi. Continuando la navigazione accetti l’uso di tali cookie. Più informazioni.
Tu sei qui: Home » Editoriali&Opinioni » Interventi » Un antico maremoto causato dal vulcano Marsili?

Un antico maremoto causato dal vulcano Marsili?

Un antico maremoto causato dal vulcano Marsili?
di Carmelo Currò

Acque che rombano sotto i piedi all’interno di enormi cavità sotterranee; tuoni nel cielo confusi al fragore dei crolli; coste che si inabissano per decine di chilometri.
Che cosa avvenne nella notte del 25 novembre 1343 in Italia meridionale? Un ciclone, una tempesta marina o piuttosto uno sconvolgente maremoto?
Impaludamento del suolo, bradisismo secolare, città scomparse. Lungo la costa meridionale della provincia di Salerno, nomi come Velia, Bussento (presso Policastro), Blanda (presso Maratea), ricordano grandi città vescovili ancora fiorenti in epoca imperiale, poi abbandonate, svuotate, ingoiate dalla spiaggia, dal fango, dai detriti fluviali. Che cosa ha provocato il fenomeno, perfettamente visibile, di aree marittime mutate, già ai tempi di Rutilio Namaziano (poeta del V secolo d.C.) che notava il malinconico abbandono di quegli spazi costieri, assomigliando la desertificazione delle città alla morte stessa degli uomini?
Un lento bradisismo (in Italia non c’è solo quello flegreo, anzi si parla di un simile fenomeno a Volterra, come si può leggere in www.bradisismi.com); o imponenti fenomeni alluvionali in grado di impantanare ampie aree costiere con il deposito dei fiumi (cfr. P. Ebner, Storia di un feudo del Mezzogiorno-La baronia di Novi, Roma 1983, pp. 13-14).
Oggi che è stata portata alla luce e alla conoscenza del grande pubblico la vita apparentemente nascosta del vulcano Marsili, nelle acque al largo della Campania meridionale, è lecito domandarsi se nei secoli o nei millenni passati l’attività di questo sommerso cratere non sia stata già manifesta e sconvolgente. Gli uomini dei secoli scorsi forse non conoscevano la sua esistenza ma indovinavano che un mostro marino e implacabile minacciava dal profondo le loro esistenze.
Periodicamente l’allarme tsunami e, in particolare, notizie sul potenziale distruttivo del Marsili vengono lanciate dagli organi di stampa, senza che nei fatti gli amministratori pubblici abbiano eccessiva attenzione per il tema, continuando anzi a progettare o sovvenzionare piccoli o grandi progetti sulle coste, in vista di sviluppi economici e turistici così spesso evocati nei programmi dei politici.
Si parla spesso del grande tsunami che nel 1343 colpì la costa napoletana: una catastrofe di cui scrive il più illustre testimone del fenomeno,  Francesco Petrarca, che si trovava nella capitale del Regno e che partecipò al terrore e alle speranze della popolazione nella indimenticabile notte da lui vissuta. Dal racconto stesso del grande poeta possiamo avere utilissime indicazioni su quanto accadde (Epistole, Ad Iohannem de Columna).
In primo luogo, egli riferisce che il giorno 25 novembre era atteso con grande paura in città, poiché da diverso tempo un religioso di santa vita che era stato vescovo in un’isola del golfo di Napoli (si trattava, probabilmente, di Guglielmo di Ischia) aveva preannunciato che la città sarebbe stata distrutta dal terremoto proprio quel giorno. Che cosa potrebbero spiegare queste parole?
In realtà, a parte il lato spirituale della storia, potrebbe essersi dato il caso che da alcune settimane erano state avvertite scosse di terremoto di minore entità ma sempre più numerose, preannunzio di un evento sismico molto più importante. Il vescovo, così come altre persone di esperienza e di cultura, poteva aver collegato l’aumento dei fenomeni tellurici alla possibilità di un terremoto molto forte nel prossimo futuro e quindi aver messo in guardia le persone che conosceva. La fama di santità, l’inquietudine sull’evento e il passare delle voci da persona a persona, con il trascorrere dei giorni, potevano aver alimentato voci incontrollabili e, infine, qualcuno doveva essersi ricordato (o aver creduto di ricordare) che il 25 era stato indicato come il giorno fatale della catastrofe.
Le descrizioni raccontano la furiosa tempesta che si scatenò sulla città insieme ai rombi sotterranei, evidentemente dovuti all’acqua che penetrava con forza nelle cavità del sottosuolo di Napoli; delle enormi ondate provenienti da Capri; delle navi affondate; dell’acqua che si ritirava dalla spiaggia per poi invadere la città. Ma il ricordo delle onde provenienti dalla direzione di Capri lasciano indovinare che il maremoto veniva da quella direzione, ossia aveva risalito la parte estrema della penisola sorrentina per poi scaricarsi sulla capitale. Quindi provenendo dalla parte del Tirreno che bagna l’attuale provincia di Salerno: «Mille monti d’onde non nere né azzurre, come sono solite essere nelle altre tempeste – scrive Petrarca – ma bianchissime, si vedevano venire dall’isola di Capri a Napoli».
Che il fenomeno abbia duramente colpito innanzitutto l’area salernitana lo si intuisce da documenti non solo cartacei che affiorano in diverse parti della zona. Sia ad Amalfi che a Minori, antiche città vescovili della costiera, poste sul lato opposto della Penisola sorrentina rispetto a Napoli, si ha notizia di chiese che erano esistenti in antichissimi tempi medievali ma che non si ritrovano più nell’abitato già nella seconda metà del Trecento. Ad Amalfi, gli antichi diritti e le proprietà dei benefici ecclesiastici, ancora un paio di secoli dopo il maremoto, si ritrovano trasferiti presso altri enti in diverse chiese cittadine; mentre le ricerche archeologiche sottomarine hanno dato prova dell’esistenza di mura e importanti reperti che giacciono sul fondo del litorale (cfr. G.D’Amato-G. Severino, Un maremoto ritrovato, Il processo del 1577 per il recupero dei beni della sommersa chiesa di S.Maria Annunziata di Ballenulo di Amalfi, in “Rassegna storica salernitana”, 1, giugno 1989, pp. 275-325).
La conferma della vastità del fenomeno si conferma dai documenti di Minori che riportano puntualmente notizie di chiese cittadine, un tempo presenti su spazi diversi da quelli su cui sono state ricostruite sul finire del Trecento. Spazi che evidentemente sono stati ingoiati dal mare o ritenuti non sicuri per i futuri edifici (cfr. P. Troiano, Reginna Minori trionfante, Minori 1985, pp. 164 e ss.).
Il maremoto, dunque, sembra avere colpito con la stessa o persino maggiore intensità, la zona costiera a sud di Napoli e conferma le parole dello stesso Petrarca il quale nella lettera al Colonna precisa che il fenomeno non si poteva definire di Napoli «ma universale, per tutto il mare Tirreno e per l’Adriatico». C’è da chiedersi: le ondate del maremoto attraversarono lo stretto di Messina fino allo Ionio, risalendo poi verso le coste meridionali della Puglia, o fu solo una furiosa e concomitante perturbazione meteorologica che si estese in prossimità dell’Adriatico?
Di fronte ai continui interrogativi e alle diffuse inquietudini (cfr. per esempio il recentissimo articolo Rischio tsunami in Italia, www.viagginews.com, 28 settembre 2016) restano solo due cose da fare senza lasciarsi cogliere da facili allarmismi: continuare gli studi e monitorare la sismicità nell’area; mettere in sicurezza il territorio con la ristrutturazione degli edifici costieri e localizzando vie ferrate, autostrade e tangenziali non in prossimità della costa; provvedere all’edificazione di nuove costruzioni e impianti in spazi sicuri e serviti da ampie strade per consentire un rapido deflusso della popolazione.

Informazioni sull'Autore

Numero di voci : 3632

Lascia un Commento

© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

Scroll in alto