Un esangue Don Giovanni

Un esangue Don Giovanni

Don Giovanni di W. A. Mozart

Direttore: Gianluca Martinenghi
Interpreti: Markus Werba (don Giovanni); Erwin Schrott (Leporello); Elena Rossi (donna Anna), Giulio Pelligra (don Ottavio); Romano Dal Zovo (il Commendatore); Daphne Tian Hui (donna Elvira); Miriam Artiaco (Zerlina); Emanuele Cordaro (Masetto).

Teatro Verdi, Sa, 15 aprile: inaug. Stag. Lirica, di Balletto e di Concerti 2015


di Francesco Tozza
La partitura del Don Giovanni di Mozart
La partitura del Don Giovanni di Mozart

Non è stato il Don Giovanni di Sgarbi …, come qualcuno paventava, quello offerto l’altra sera al Verdi di Salerno, ma ancora una volta (la terza, da quando il teatro ha riaperto i suoi battenti), semplicemente, il Don Giovanni di Mozart: un’occasione offerta agli spettatori di buona volontà per riascoltare, e rivedere, quello che Goethe definì capolavoro assoluto, preconizzando – senza essere tuttora smentito – che nessun’opera sarebbe più nata che raggiungesse il suo livello. Per nostra fortuna, infatti, il celebre storico dell’arte, da qualche tempo anche regista d’opere (ormai sembra che una regia lirica non si rifiuti proprio a nessuno!), a parole non molto intimorito dal genio del salisburghese (ma in cuor suo, forse, abbastanza convinto di una necessaria prudenza) ha limitato il suo intervento a quello che – prima che arrivasse la regia vera e propria, agli inizi del secolo scorso – si chiamava concerto (le pagine di Goldoni o di Benedetto Marcello, a non dire dei trattatisti dell’Ottocento, sono piene di utili, spesso divertenti informazioni in proposito): controllo e armonizzazione delle parti affidate a ciascun attore, per addivenire ad un loro coerente comportamento scenico.
Schivato, dunque, il pericolo di più massicci interventi, che all’opera – se non guidati da sano equilibrio, da una sufficiente conoscenza del linguaggio musicale e, soprattutto, da una vera e propria idea guida, consona alla lettura di spartito e libretto – si traducono in veri e propri disastri, il capolavoro mozartiano è rimasto affidato ai suoi più diretti esecutori; il che, ovviamente, non significa aver risolto tutti i problemi! La direzione dell’orchestra (a sua volta migliorata rispetto alle preoccupanti performances degli ormai lontani esordi, ma ancora in attesa di una definitiva stabilizzazione dei suoi elementi e, soprattutto, di una guida permanente – nel senso della continuità dell’impegno – che ne assicuri l’effettiva crescita) sembra aver privilegiato tempi piuttosto lenti, senza d’altronde sottolineare l’aspetto tragico, demoniaco della partitura o l’aspetto comico, magari semplicemente grottesco, che a volte pur la caratterizza. Ci si potrebbe obbiettare che, forse, nemmeno Mozart sapeva se questa sua opera fosse giocosa o demoniaca, lasciando il problema ai suoi esegeti che molto spesso fingono di saperlo, senza tuttavia arrivare a mettersi d’accordo! Probabilmente coglie nel segno chi sottolinea il carattere ambiguo, per così dire dilemmatico del Don Giovanni, ma sta proprio qui la difficoltà, quindi il fascino e di conseguenza il merito di ogni sua interpretazione: certamente porgere o lasciare intuire l’ambiguità di un testo, a maggior ragione di una partitura, non è da tutti; Gianluca Martinenghi, al momento, non ce l’ha offerta.
A coprire il ruolo del dissoluto punito c’era Markus Werba, più baritono che basso (come invece la scrittura musicale prescrive, ma i due registri vocali, si sa, diventano in talune opere – a torto o a ragione – intercambiabili); lo trovammo più a suo agio e lo applaudimmo come Guglielmo, uno dei due amanti del Così fan tutte, nella bella edizione con cui si aprì nel 1998 la nuova sede del Piccolo di Milano, con la regia incompiuta dell’ultimo Strehler. Sembra sia anche un ottimo Papageno nel Flauto magico (il rapporto con Mozart è quindi costante e i risultati in genere assai brillanti); come Don Giovanni – per chi non ha la memoria corta (e a Salerno, purtroppo, è la stragrande maggioranza, almeno nelle cose riguardanti il teatro) – lo avemmo nella seconda edizione dell’opera, ad aprile del 2009 (la prima, piuttosto modesta, nel più lontano 1997, fu soprattutto l’atto di riparazione di un teatro, appena riaperto e riconsegnato di nuovo anche al melodramma, verso il grande salisburghese, completamente assente dal suo palcoscenico fin dalla sua inaugurazione nel 1872, se si eccettua la modesta e casuale proposta della giovanile Bastien und Bastienne). L’interprete e la realizzazzione dell’opera non ci dispiacquero affatto; a dirigere l’orchestra, peraltro, c’era allora un misconosciuto ma assai più persuasivo Frédéric Chaslin, forte se non altro della sua collaborazione con direttori quali Barenboim e Boulez; e la regia di Del Monaco (figlio), chiamato all’ultimo momento – come non di rado usa al nostro Municipale! – per sostituire il ben più noto Hugo De Ana, fu discreta, anche quella non sterilmente invasiva. In ogni caso Markus Werba, anche se l’altra sera forse un po’ sotto tono, resta un valido don Giovanni: sa muoversi benissimo in palcoscenico (cosa non frequente nei cantanti lirici, ma imperdonabile per opere così teatrali come quelle facenti parte della celebre trilogia di Da Ponte/Mozart), ha assecondato Sgarbi con disinvoltura – non mancandogli le physiqe du rôle – in qualche civettuolo atto di seduzione verso alcune spettatrici in sala (far svolgere qualche scena dell’opera in platea non è ormai una novità, il Martone della stessa trilogia docet, con o senza passerella), senza tuttavia mai tralignare, soprattutto riuscendo a controllare le suddette, contingenti, difficoltà vocali e non tradendone alcuna nella pronuncia italiana (aspetto, anche questo, estremamente importante per la resa del personaggio). Quello che invece è mancato al nostro Don Giovanni è un adeguato contorno femminile: le voci di Zerlina, soprattutto di Donna Anna e donna Elvira, non ci sono parse padrone dello stile mozartiano; a queste ultime, in particolare, è mancata la resa di quella vertiginosa scrittura vocale, per alcuni versi si direbbe addirittura goticheggiante, che è davvero un unicum nell’universo del melodramma. Apprezzabili, fortunatamente, nei rispettivi ruoli (don Ottavio, Masetto, il Commendatore) gli altri interpreti maschili; ma superlativo, certamente il migliore di tutti, vera voce mozartiana, si è rivelato l’uruguayano Erwin Schrott, nei panni di Leporello: peraltro con una incarnazione del personaggio più vicina a Goya che ai servi sciocchi della commedia dell’arte, o della più tradizionale opera buffa. Eleganti e intonati i costumi (di Artemisio Cabassi). Pertinente  l’ambientazione scenografica, in buona parte risolta (da tempo ormai!) con le proiezioni visive che evitano quell’infausto ingombro che letteralmente impediva, o rendeva assai critica, la messa in scena dell’opera in genere, in piccoli palcoscenici di provincia come il Verdi: patetico tuttavia – ci sia permesso aggiungere – l’intento di nobilitarla (più sulla pagina, nelle note di regia, che sulle tavole del palcoscenico) con riferimenti più o meno eruditi alle arti visive, certo non richiesti e in ogni caso giustapposti, quasi a voler giustificare una presenza dallo stesso regista ancora avvertita come prematura o fuori posto; sembra rivelarlo, del resto, il parsimonioso, a volte scorretto uso delle luci, e ancor di più quel riferimento, a dir poco ingeneroso, ancora nelle note di regia, sull’uso del Palladio operato da Losey nel suo stupendo (a nostro avviso) Don Giovanni cinematografico, visto come “inutile capriccio”, insensato trasferimento; con quanta, effettiva competenza, nello specifico, si lascia allo spettatore accorto giudicare.
Un’edizione, in definitiva, questa dell’opera mozartiana, forse senza infamia e senza lode, comunque non certo al di sotto di quel che ormai offrono gli altri teatri lirici della penisola, eccettuati ovviamente (ma non sempre e non tutti!) i quattro o cinque maggiori. Pochi gli applausi (Mozart non è ancora come Verdi e Puccini, almeno per il pubblico di certa provincia), fatta eccezione naturalmente per quelli, intensi, magari un po’ fastidiosi o a volte fuori posto, delle immancabili claques, provviste ab initio dei soliti fasci di fiori, generosamente lanciati sul proscenio, e teatralmente accolti dagli interpreti, a fine rappresentazione. Sono i vizi del melodramma, signori! Ancora quelli di decenni, anche secoli fa; oggi forse un po’ troppo costosi – obbietta qualcuno – che forse non possiamo, o non dovremmo, più permetterci. Ma questo è un altro discorso, che certo esorbita da una normale recensione; da noi, però, in parte già fatto, in tempi non sospetti, e che certo ancora si dovrebbe continuare a fare.
Tenendo presente, però, l’esigenza del certo, l’imprescindibilità del vero: il bisogno, direi anche il dovere, di conoscere i fatti, nel loro sviluppo storico, e nello stesso tempo la necessità di inverarli, quei fatti, di riflettervi sopra, senza ostracismi, perché dalla  pura, sterile raccolta dei dati si passi al necessario pensiero analitico sui medesimi, quindi a possibili principi di orientamento o guide teoriche, per un’esistenza un po’ più ragionata. Può sembrar strano, ma pensavamo – a nostro modo, ovviamente – proprio alle due celebri degnità vichiane, nell’uscire da teatro, l’altra sera, in una città che non ragiona più…., se non per schieramenti fortemente ideologizzati, facendo volentieri a meno della verifica dei fatti, appunto, passati e presenti; verifica che deve invece essere costante e continua, alimentata dalla necessaria competenza, per non cadere nella polemica strumentale, fine a se stessa, che nulla o poco ha a che fare con la sana e sempre auspicabile dialettica delle idee.

redazioneIconfronti

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