Un filosofo a teatro per un dialogo “in carne ed ossa”

Un filosofo a teatro per un dialogo “in carne ed ossa”
di Francesco Tozza

Aldo Masullo (filosofo)I rapporti fra filosofia e teatro non sono stati probabilmente tra i migliori, almeno in area napoletana (e immediate vicinanze), generalmente improntati a reciproca indifferenza (talora anche insofferenza), per una qual certa aria di arrogante superiorità talora mostrata dall’una nei confronti dell’altro (confinato troppo spesso nel semplice divertissement) e, di rimando, per una mancata autocoscienza del secondo circa i propri importanti apporti ai processi culturali e alle dinamiche del sociale, spesso in verità più consistenti, anche se indiretti o mascherati, di quelli offerti dalla prima. Chi (o cosa) ritenere responsabile di tale difficoltà relazionale, avvertibile nel territorio soprattutto dalla seconda metà del secolo scorso, fin quasi ai nostri giorni? Molto probabilmente chi, nell’ambito storico e filosofico, continua ad essere, da queste parti, magari inavvertitamente, una specie di nume tutelare dei percorsi culturali: fu infatti don Benedetto, autore in gioventù della più intrigante ed esaustiva analisi storiografica dell’attività teatrale napoletana (dal Rinascimento fino al secolo decimottavo), poi sostanzialmente rifiutata (le successive edizioni, da lui stesso e, successivamente, da altri curate, sono ben lontane dall’ampiezza e dall’offerta di importanti particolari presenti nell’edizione Pierro del 1891), fu – insomma – il sommo Croce a dichiarare la storia del teatro non più trattabile se non come storia di poesia (o almeno di buona letteratura), e solo per quel tanto che al mondo della poesia e della letteratura ha contribuito, mettendo in disparte tutto quanto è a ciò estraneo (!). Laddove con il termine estraneità,  in omaggio all’ideologia letteraria (identificazione del teatro con la letteratura drammatica), si bollava gran parte dell’attività e della vita teatrale vera e propria (in primis la messa in scena), dando luogo ad uno degli idola più resistenti nella teatrologia contemporanea, giustificando – o comunque contribuendo a diffondere – la diserzione delle sale di molta parte dell’intellighenzia locale, soddisfatta della semplice lettura dei testi (se e quando avveniva), fra le mura di casa propria.

Ovviamente, e di riflesso, anche il teatro, nel determinarsi della suaccennata distanza, ha – e ha avuto – le sue colpe: rinunciando spesso all’analisi critica della sua operatività (a differenza di quanto andavano facendo le arti visive, e non solo nel territorio, onde l’aggangiarsi ad esse ha fatto fare un salto di qualità anche allo specifico teatrale, soprattutto per merito delle neoavanguardie negli anni sessanta e settanta), abdicando talora a quella funzione civile che pure è stata una delle sue principali valenze, sin dalle origini greche del suo percorso storico, il teatro si è come rinchiuso in una specie di hortus conclusus, facilitando, o comunque non sufficientemente opponendosi alle molteplici derive verso la “società dello spettacolo”: la Napoli teatrale, ancor più di quella filosofica, pur offrendo ottime testimonianze di attività creativa, ha finito col peccare di permanente autoreferenzialità, esibendo sui suoi palcoscenici – ma anche sui pulpiti e sulle cattedre delle sue istituzioni politiche e culturali – la grandezza di una tradizione, certamente e comprensibilmente mitizzata, però a rischio continuo di perdere la sua vitalità.

A tentar di cucire la pericolosa distanza fra quelli che restano forse i due poli fondamentali della cultura di una grande città (che tale resta, pur nelle sue infinite contraddizioni) c’è stato, qualche sera fa, un filosofo a teatro: Aldo Masullo (una delle migliori teste pensanti che, negli ultimi decenni, Napoli ha offerto a se stessa, all’Università italiana e non solo, al punto che molti di coloro che non sono stati suoi diretti allievi, come il sottoscritto, guardano comunque a lui come ad uno dei propri Maestri) è approdato sul palcoscenico dello Stabile napoletano, il Mercadante; inizialmente, per una conversazione con la giornalista Titti Marrone, in merito al suo recente libro, Piccolo teatro filosofico. Dialoghi su anima, verità, giustizia, tempo, edito da Mursia; subito dopo, per la mise en espace del Dialogo di Giordano Bruno e di un procuratore dello Stato, tratto dal suddetto libro. Diciamo subito che quello che era sorto come doveroso omaggio, capillarmente organizzato dallo Stabile e dall’Assessorato alla Cultura del Comune, a rischio quindi di caduta nel più stucchevole dei formalismi, si è rivelato invece un piacevole incontro, l’ennesimo, per chi conosca il modo dell’argomentare e, teatralmente parlando, del ‘porgere la battuta’ da parte di Masullo, in virtù di un pensiero che davvero si fa vivo, che s’interroga interrogando, per una volta forse non più discorso senza suono, ma dialogo in carne ed ossa. Mascherando (da perfetto attore, bisogna dire!) l’inevitabile narcisismo, ma anche l’altrettanto comprensibile pudore che le luci della ribalta facilmente inducono, il nostro filosofo ha tenuto subito a sottolineare che l’omaggio a lui andava piuttosto inteso come l’avvio di un percorso, non più con sterili finalità celebrative, ma con molto più proficui obbiettivi di rinascita della vita culturale cittadina, di rifondazione di una comunità ferita: solo l’orizzonte etico-politico, infatti, connaturato del resto al fondamento intersoggettivo, alla relazionalità originaria dell’uomo (“nessuno diventa uomo se non tra uomini”), impedisce che il dialogo si traduca in chiacchiera, perdendo quei caratteri di discorso vivente e animato che in nuce già il pensiero individuale possiede, come colloquio dell’anima con se stessa. E certamente  chiacchiere, l’altra sera al Mercadante, non se ne sono fatte: anche quando le domande della giornalista, con i loro più o meno sottintesi riferimenti all’attuale situazione politica del paese, rischiavano di trascinare il dialogo nei consueti binari  del talkshow televisivo, il filosofo è riuscito a mantenere alto il livello del discorso, concepito ancora una volta, secondo la ben nota etimologia del termine, come un trascorrere da un argomento all’altro, per quindi poi tutti raccoglierli e ordinarli in unità. E gli argomenti trattati, tutti di primara importanza, sottratti per breve tempo al maestoso silenzio della scrittura (il rischio di una sterile monologicità è, giocoforza, sempre in agguato nel testo scritto) divenivano strumenti di una dialettica autentica, almeno come tale offerta e sicuramente percepita dagli uditori, assai interessati quando non addirittura plaudenti a quelle “dottrine non scritte”, cui già il divino Platone ritenne dover riservare le “più profonde questioni”, gettando però i posteri in gravi ambasce critico-ermeneutiche. Necessità della scrittura per trasmettere le dinamiche del pensiero e, allo stesso tempo, tenace convinzione della maggiore efficacia (forse della più profonda libertà) insita nel pensiero parlato: un problema che la filosofia del dialogo si trascina dai tempi di Socrate e che stranamente l’accomuna al teatro, che senza un testo sembra non poter lasciar traccia di se stesso pur sapendo, però, che la sua vera vita è nell’effimero della scena. Il problema non è certo sfuggito ad Aldo Masullo, se si è deciso a ‘teatralizzare’ il suo pensiero nei dialoghi appena pubblicati, e non pago di ciò ha voluto (e veduto con piacere) rappresentare uno di quei dialoghi sulle tavole del palcoscenico.

Certamente la parola pensata, divenuta parola scenica, ha acquistato in spessore e tensione, direi anche in più lucida consapevolezza da parte degli spettatori (non più, a questo punto, semplici uditori o lettori), dal momento che il pensiero si è fatto corpo e così ha meglio espresso il suo movimento, con le sue pause, le sue sottolineature, divenendo – come già detto – vero discorrere, cioè nel caso specifico fascinoso correre dal palcoscenico alla platea attraverso la mente degli spettatori. Merito indubbio dei due ottimi attori (Claudio Di Palma e Paolo Cresta) e del regista (lo stesso Di Palma), in perfetta sintonia col pensiero dell’autore, qui come snocciolato nelle sue intime pieghe, quasi centellinato (se è possibile dire così), reso quindi ancor più chiaro e teoreticamente piacevole di quanto già non sia nella pagina scritta; ma merito anche, ovviamente, dell’estremo interesse che il tema della giustizia, nel dialogo affrontato, da sempre suscita e ancor più oggi continua a suscitare, essendosene forse persi i più rilevanti connotati, soprattutto in quel ring sui generis che è diventata ormai la discussione politica. Qui invece, per bocca dei due personaggi del dialogo (un redivivo Giordano Bruno, vitale e non innocuo fantasma di un passato con cui bisogna tornare a fare i conti, e un moderno procuratore di Stato, ottusa incarnazione del sempreverde concetto di giustizia come “essenziale funzione di difesa dell’autorità dello stato” esercitata solo attraverso la macchina della coercizione), il tema riacquista – direi – la sua antica gravità, nei suoi snodi problematici (è sufficiente il mantenimento dell’ordine sociale o va riscoperta la “promozione relazionale” insita nel fondamento intersoggettivo della funzione?) e con le sue ascendenze metafisiche (l’impossibile innocenza di ciascuno di noi è affermazione che non va strumentalizzata da un cieco esercizio del potere, bensì allacciata alla contraddittoria essenza del vivente, al suo peccato originale, in quanto partecpe dell’universale vita ma nel contempo da essa distaccatosi per essere se stesso). Problemi, questi, che – non certo per essere risolti una volta per sempre, ma per essere lucidamente e onestamente affrontati – necessitano di una filosofia del dialogo, appunto: un dialogo sincero, con l’abbandono da parte degli interlocutori di ogni pretesa di possedere già la verità e di non potere quindi apprendere nulla dagli altri; un dialogo, insomma, accompagnato da un effettivo sforzo di solidarietà, secondo il celebre monito della Lettera VII di Platone: “Soltanto dopo che si sono faticosamente sfregati, gli uni con gli altri, nomi e definizioni, percezioni visive e sensazioni, solo dopo che si sono discussi in discussioni benevole e in cui l’invidia non detta né la domanda né la risposta, la saggezza e l’intelligenza sprizzano su ogni cosa, con tutta l’intensità che la forza umana può sopportare”.

Quello di Masullo, l’altra sera (e per chi lo conosce da tempo, non solo l’altra sera), è stato davvero un intenso momento di filosofia del dialogo, per molti probabilmente (dati i tempi che corrono!) anche una pratica terapeutica, un esercizio filosofico e psicologico allo stesso tempo, fondato non sull’assunzione astratta di informazioni normative da manuale, ma sulla possibilità di fare esperienza, attraverso il teatro (pur, quindi, attraverso una situazione finzionale), di ciò che ci riguarda direttamente (anima, verità, giustizia, tempo), facendoci riflettere e magari cambiandoci dentro. Teatro e filosofia, per una volta insieme, con l’obbiettivo di assistere l’anima individuale e collettiva, nello sforzo di trovare conforto e, comunque, meglio conoscersi: un obbiettivo che in una società veramente liberale dovrebbe sempre assegnarsi ai linguaggi del pensiero e dell’arte. A queste condizioni e con simili orizzonti, che la rappresentazione continui!

redazioneIconfronti

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