Un leader inattuale

di Andrea Manzi

Vincenzo-De-Luca-2Al di là del tasso di dissenso e, quindi, di verità che i fischi dell’altro giorno contengono nel loro messaggio più o meno fragoroso, Vincenzo De Luca non sembra andare più di moda. A travolgerlo non appaiono tanto le inchieste giudiziarie che lo stanno investendo, la piazza olimpica sequestrata che sprofonda nel mare e il familismo sempre più evidente che lo segna quanto l’implacabile fine dell’epoca delle leadership carismatiche. In quell’epoca egli è entrato anni fa da borioso provinciale (era il grigio impiegato d’un malinconico partito), per sfruttare l’equivoco sogno leaderistico del secondo Novecento.

Il secolo scorso ha, infatti, fornito alla storia la cifra della confusione tra politica e rappresentazione, sia in campo democratico che nei sistemi illiberali. Da Churchill a Mussolini, da De Gaulle a Mao, fino a Reagan e Gorbaciov, l’immagine ha finito per surclassare gradualmente i contenuti. Il fenomeno del leader solo al comando ha poi subito una decisiva escalation con l’avvento della televisione. I contenuti, da allora, sono diventati residuali e la società politica è stata annessa a quella dello spettacolo, tant’è che “Mani pulite” divenne un rito catartico, montato in un tendone/lavacro e diffuso in mondovisione per i cittadini dell’ovunque.

Così, sulle ceneri dell’antica sapienza, è nato l’homo videns e i politici si sono scoloriti. Poche le eccezioni: Moro, Berlinguer, qualche altro. Per il resto, i riflettori e l’auto-accredito mediatico hanno preso il sopravvento sulle ideologie e, da Craxi al dopo Craxi, “the show must go on” ha continuato ad essere la legge della politica nazionale. Berlusconi ha ereditato così una platea assettata di rassicuranti effetti e, senza più oneri politici da assolvere, l’ha dominata per anni, costruendo un circo nel quale il nulla è stato condito di piacere. Nel mondo non è andata sempre meglio per la democrazia: Collor in Brasile stravinse con un partitino “fai da sé” sospinto dalla tv e Ross Perot nel ’93 arrivò alle Presidenziali Usa, raccogliendo un quinto dei suffragi proprio grazie ai talk show.

Sta comparendo, però, non soltanto in Italia, una sensibilità diversa, che rilancia il passato/futuro del demos. Il 2 settembre scorso, Antonio Polito sul Corriere della Sera ha indicato la nuova tendenza in un denso articolo, “La rivincita del Parlamento”, riflessione scaturita dalla decisione della Camera dei Comuni contro l’intervento britannico in Siria e dalla speculare iniziativa del presidente Obama di ascoltare il Congresso prima di decidere quell’offensiva. Anche in Italia, le severe critiche al presidente Napolitano per la sua inopportuna e imbarazzante centralità (sono in caduta libera gli indici di gradimento del Colle) segnalano il ritorno al fior di conio di decisioni politiche che originino dal confronto nelle assemblee. Certo, a questo punto, bisognerebbe capire se Grillo e Renzi siano gli ultimi fuochi di un leaderismo al tramonto o la ancora salda resistenza italiana al cambiamento altrove già evidente.

Vincenzo De Luca, che non è una delle grandi figure attraverso le quali l’Italia e il mondo hanno raccontato e raccontano la politica e l’antipolitica, ha però utilizzato sapientemente, con le esasperazioni che la provincia talvolta consente, la melassa mentale e il “pensiero brodaglia” (icastica la definizione di Giovanni Sartori) utili per auto promozioni dilatate e inverosimili. Il nulla è stato così contrabbandato per tutto, la catastrofe finanziaria del Comune è diventata gestione virtuosa, amicizie pericolose sono state spacciate per calunnie di stampa, inopportuni e rischiosi debutti politici familiari sono diventati il premio per attitudini francamente tutt’altro che evidenti, il fallimento penoso di una leadership legata alla sola religione del potere è assurta, nella sua propaganda martellante, a missione civica.

La deriva verso la quale si continua a procedere a Salerno appare pertanto paradossale, anche perché un’informazione acritica e prona ha favorito il contrabbando ideologico di un potere invasivo. Anche per questo la retroguardia politica di De Luca è riuscita, per lungo tempo, a mascherarsi da avanguardia battagliera.

(I Confronti per le Cronache del Salernitano)

 

 

Un pensiero riguardo “Un leader inattuale

  • 28 Dicembre 2013 in 14:50
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    Articolo molto interessante, soprattutto nella prima parte. Ricordo che un anno fa la rivista The New Yorker pubblico’ un lungo servizio dal titolo La fabbrica delle menzogne. Si riferiva all’uso dei media e del marketing nelle campagne elettorali. L’origine veniva fatta risalire addirittura al 1929, tempi della Grande Depressione USA. Non immune lo stesso Theodor Roosvelt, un Putin antesiniano, che si faceva riprendere a caccia di bisonti o in safari africani. Il re di queste strategie comunicative, non citato dall’autore, rimane tony Blair per alcuni Tony Bluff. ricordo perfettamente (era il 1994) la potenza mediatica anglo americana che lo presento’ al mondo (dei media) e poi lo porto’ a Downing Street. Il fenomeno mediatico politico del consenso non potra’ che crescere alla luce dei nuovi media e dei social media. Il fenomeno o caso De Luca, rimane isolato..si combinano vari elementi catalizzatori. Assolutamente niente a che fare con la capacita’ di leadership politica (in senso di leading- guida) piuttosto ha sfruttato un lungo senso di mancato riconoscimento culturale e politico di cui soffre la provincia italiana.Se vogliamo e’ la rivalsa della provincia meridionale su un sistema romano centro. Una rivalsa con tante ombre fatta passare anche per luci -bagliori- d’autore. Buon Anno a tutti

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