Un libro ci salverà

Un libro ci salverà
di Pasquale De Cristofaro

Il regista Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro
Si diventa “lettori forti” da piccoli. Ho avuto la fortuna di nascere in una casa dove c’erano parecchi libri e dove, quotidianamente, entrava almeno un giornale. La carta stampata non mi ha mai intimorito, tutt’altro. Ricordo che piccolo, insieme ad un mio cugino, si aspettava con ansia ogni fine settimana perché il suo papà ci portava un nuovo libro di Salgari. Ed era una corsa tra noi a finire la precedente lettura per esser pronti, quando arrivava il nuovo titolo, a tuffarci con i nostri occhi ammirati in nuove avventure della giungla e dei pirati. Con questo non voglio dire che non giocavamo come tutti gli altri ragazzi. Ma di tempo ce n’era tanto che riuscivamo a fare entrambe le cose con gran divertimento, oltre ai compiti, naturalmente. Più grandicello, mi appassionai al teatro. Avevo scovato nella libreria di questo mio zio dei testi di Ibsen, Pirandello, e Cechov. Erano testi ardui, densi e problematici, con dialoghi fitti e pedanti didascalie che però mi aiutavano nella difficile lettura. A differenza dei romanzi, capii subito quanto fosse diversa e più ostica la lettura di un testo teatrale. Nonostante la difficoltà, quelle storie mi prendevano completamente. I buchi, i salti, i vuoti mi offrivano la possibilità di intervenire con la mia fantasia. Immaginavo scene, costumi, voci, volti e corpi che magicamente, intorno a me, pian piano, prendevano evidenza. Da giovanissimo, non potevo permettermi di andare spesso a teatro, vivevo tra l’altro in paese e non mi era molto facile raggiungere la città. Però, quei testi, allora, mi bastavano. Ero riuscito a farmi un piccolo teatro nella mia mente, ma così reale che non provavo alcun senso di frustrazione. Non avevo nostalgia dello “spettacolo”, quello vero, reale su una scena con attori in carne ed ossa. Più tardi, il teatro, non solo, l’ho incontrato, ma anche studiato e praticato e, oggi, posso ben dire che ero in errore. Nei testi praticavo la maestria e lo stile letterario del drammaturgo, le retoriche di una lunga tradizione, e ne restavo ammirato. Successivamente, ho capito che quelle scritture che allora mi sembravano perfette, non lo erano affatto. Mancava la “messa in scena”. La proiezione dentro lo spazio della scena di quelle intense parole che da pura letteratura diventavano così teatro. È questo ciò che veramente rende questa pratica artistica unica e, nonostante tutto, ancora necessaria. Detto questo, vorrei concludere questa mia breve noterella, consigliando a tutti i genitori di portare, ogni tanto, ai propri figli piccoli, un libro. Di leggerne qualche pagina prima che si addormentino o, se sanno già leggere, di farlo qualche volta insieme. Fa bene, tutto questo, al bimbo senz’altro; ma, anche a tutta la società. Una comunità di lettori è, senza dubbio, più auspicabile di una deriva barbara, incolta e indifferente. Buona lettura.

 

redazioneIconfronti

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