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Un NO di protesta

Un NO di protesta
di Luigi Zampoli

Non è stato il patriottismo costituzionale il sentimento prevalso nelle urne referendarie del 4 dicembre; in fondo gli elettori non hanno votato né contro la riforma né a favore del mantenimento dell’attuale assetto degli organi rappresentativi ma inequivocabilmente contro il governo.
Renzi ha commesso una sorta di suicidio politico, impegnandosi in prima persona, per mesi, nella battaglia per convincere l’opinione pubblica dell’indispensabilità di una riforma costituzionale che sarebbe dovuta rimanere esclusivamente nel perimetro del dibattito politico-parlamentare.
Sedotto dalla possibilità di uno storico cambiamento istituzionale, il premier ha scommesso tutto sulla consultazione, astraendola lui stesso dal merito e dalle dinamiche parlamentari e collegandola all’azione di governo. Un errore evidente che ha generato l’esatto effetto contrario. Si temeva un voto politico e voto politico è stato.
E, probabilmente, non è stato solo un giudizio negativo sull’operato dell’esecutivo, sulle riforme in campo economico e sociale, ma una censura dell’atteggiamento di tracotanza che ha animato gli esponenti dem renziani, i pretoriani che hanno magnificato le conseguenze salvifiche della riforma costituzionale sui problemi del Paese.
La riforma è stata respinta e, pur rimanendo irrisolte le questioni sull’ammodernamento della struttura dello Stato, del suo apparato centrale e locale, almeno è stata salvaguardata l’essenza di una repubblica parlamentare; il diritto dei cittadini di scegliere direttamente i propri rappresentanti alla Camera e al Senato.
Se inopinatamente una consultazione sulla revisione di punti cruciali della Costituzione si trasforma in un giudizio squisitamente politico, al fallimento della riforma non può che seguire una doverosa crisi di governo che può avere effetti molto gravi sulla stabilità politica ed economica del Paese.
L’azzardo di Renzi ricorda, pur con le dovute differenze, la sciagurata mossa del primo ministro inglese Cameron di indire il referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea; quando il popolo è oltremodo sollecitato a prendere una posizione su questioni che per loro natura e per complessità difficilmente possono consentire all’elettorato un quadro chiaro e semplice delle scelte possibili, istintivamente è portato a decidere dando sfogo ai suoi malumori per la condizione generale. Il voto “contro” è la spia di un malessere che travalica l’oggetto della consultazione ed assume una valenza squisitamente politica, resa ancor più evidente dalla massiccia affluenza e dal poderoso scarto di voti a vantaggio del No.
L’Italia ha scelto la conservazione dello status quo istituzionale perché preoccupata e spaventata da una serie di problematiche rispetto alle quali l’esecutivo dimissionario non è stato in grado di offrire risposte definitive; il superamento del bicameralismo e le altre modifiche proposte sono rimasti sullo sfondo, rappresentando solo l’occasione per inviare un segnale d’insoddisfazione al governo.
Si volta pagina con la sensazione che l’Italia si trovi ancora una volta tra l’incudine e il martello e che, tuttavia, la nostra Carta Costituzionale, nell’attesa di una riforma che la rinnovi in pochi punti essenziali, senza forzature, possa mantenere ancora intatto quell’equilibrio che oggi rappresenta un sicuro ancoraggio in tempi di sfide tanto ardue quanto decisive.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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