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Un premier doc

di Andrea Manzi

Mario Monti entra nella storia europea come “il direttore d’orchestra” che ha messo in trappola la Merkel. La metafora del leader politico sul podio non l’ha tirata in ballo un giornale sospetto – nessuno pensi a El Pais, che pure ha riconosciuto al premier italiano la risolutezza del leader di caratura internazionale – ma l’attento e puntuale quotidiano tedesco Frankfurter Allgemenie Zeitung. La sconfitta dell’aspra signora della politica è inconfutabile, dunque, anche in territorio germanico: valutata bene da Wall Street, tale sconfitta ha determinato la rottura dell’assedio italiano e la svolta del nostro paese, legato ora più saldamente all’Europa nel cammino verso il futuro. Monti ha contribuito a rompere l’intreccio perverso tra banche e bond, primo passo verso il riconoscimento di un debito europeo, come ha spiegato Nouriel Roubini, economista del New York University. Quando i fondi per i debiti sovrani saranno amministrati da Francoforte, infatti, ci avvicineremo a una condivisione dei passivi.
Non si tratta, è vero, di obiettivi risolutori e tranquillizzanti. Italia e Spagna hanno già sforato il deficit e la soglia di attenzione europea nei nostri confronti resta altissima, tuttavia è indubbio che il primo risultato sortito da Mario Monti, e riconosciutogli da tutti i partner europei, lascia ipotizzare che i mercati, dal credito alle case, tenteranno presto di scaldarsi i muscoli, proprio perché l’euro ritroverà una nuova forza e, con l’assestamento dello spread intorno a 400, potrebbero tornare “attraenti” anche Btp e Bonos.
La credibilità del premier italiano deriva inoltre dall’accelerazione imposta alle riforme strutturali. I tagli previsti dalla spending review, in due anni, dovrebbero valere 25 miliardi e consentire così di finanziare, perlomeno in parte, la “fase due”, prevedendo a gennaio 2013 l’aumento dell’Iva soltanto di un punto.
In un quadro dinamico come il nostro, nel quale un’Italia allo stremo e sull’orlo dell’abisso è riuscita ad imporre il diario dell’azione europea sotto gli occhi ammirati del presidente Obama e lo sguardo obliquo delle agguerrite economie emergenti, abbiamo capito che la credibilità non è un integratore dei valori politici fondanti, ma è la base imprescindibile senza la quale diventa inimmaginabile alcuna costruzione democratica.
Dal 16 novembre 2011, giorno della nomina del governo Monti da parte del presidente della Repubblica Napolitano, sembra trascorso un tempo infinito della contemporaneità. Un’era. Eravamo nell’occhio della derisione internazionale, nella pancia di una politica priapica (e sguattera) senza più alcun riferimento contenutistico. Una propaganda nichilista ha tentato per qualche lustro di inculcare ai nostri giovani la convinzione che fosse imprescindibile l’arretramento etico per poter prendere parte al banchetto della politica “liberista”, rivelatasi alla fine una frontiera desolante di affarismo gretto.
I maestri del pensiero indebolito sono finiti finalmente nel nulla da cui provenivano perché, con Mario Monti, piaccia o no, sono tornati l’onere e la fatica della politica, la necessità di una non più derogabile responsabilità dei laici nella storia, la quotidiana ricerca delle mediazioni e delle convergenze, delle alleanze e delle intese per costruire la libertà di esistere in un corpo sociale sano e armonioso.
Lo sgomento è che in quel che resta dei falchi di quel che fu il Pdl si cavalchi ancora, lancia in resta, un’opposizione sterile e disperata a Mario Monti.
Piaccia o no all’onorevole Fabrizio Cicchitto & C, la pagina del loro libro è stata definitivamente girata.

© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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