Un sindaco non è mai la città

Un sindaco non è mai la città
di Vincenzo Esposito
L'antropologo Vincenzo Esposito
L’antropologo Vincenzo Esposito

Ho visto un film, recentemente, intitolato Un ragazzo d’oro; un bel film di Pupi Avati. Ma non è la trama del film la cosa qui importante. Ciò che conta è il fatto che il film ci faccia riflettere su come la nostra adesione ai ruoli sociali – se considerata obbligatoria perché determinata da eventi immutabili naturali o sacri – ci costringa alla fine a scelte e comportamenti non pensati, tanto meno elaborati criticamente. Comportamenti e pensieri che scaturiscono dal ruolo che svolgiamo e non dall’idea che di esso abbiamo maturato. È questo un piccolo problema di democrazia.

Soprattutto mi pare che ciò sia vero anche nel caso dei ruoli e delle cariche istituzionali. In particolare se i ruoli sono quello del Sindaco (un ruolo singolare) e quello dei cittadini (un ruolo evidentemente collettivo). Perché, questo il punto, il primo cittadino di una città, qualunque sia stata la sua storia e qualunque siano le sue dimensioni, non può trincerarsi dietro il ruolo svolto in quanto, per definizione, egli non è altro che un cittadino, il primus inter pares, certo, ma comunque un cittadino, tra gli altri cittadini, che svolge il suo ruolo tra i membri della comunità.

Nessuno può essere da solo il simbolo di quella città. Neanche lui. La sua città non può essere identificata completamente con il «ruolo» che in essa svolge. Insomma, un sindaco non è la comunità ma deve dar conto della comunità che rappresenta.

Da cittadino salernitano mi è capitato spesso di andarmene in giro per l’Italia ed è stato piacevole sentirmi dire che la mia città era ben amministrata da un buon sindaco. Per esempio a proposito del problema dei rifiuti urbani che a Salerno era stato risolto e in molti altri posti invece no. Certamente merito del Sindaco e della sua Giunta, rispondevo, ma anche di tutti i cittadini salernitani che avevano contribuito al progetto comune di mantenere decorosa la città. Tuttavia, il pensiero che fossimo ricordati solo per questo mi impensieriva.

Poi, nello scorso mese di dicembre, mentre aspettavo la metropolitana pensando che anche quella era legata alla buona amministrazione della mia città, mi ritrovai tra una folla di persone che aspettavano il treno per raggiungere i parcheggi, riprendere gli autobus e rientrare nelle loro lontane città. Erano i visitatori delle Luci d’Artista offerte dal Sindaco alla città e ai turisti. Salerno era illuminata dalle infinite figure realizzate per festeggiare il Natale. Lo splendore si riverberava fin dentro la stazione, sui binari. Una signora abruzzese, forse vedendomi isolato dai gruppi di turisti, mi si avvicinò e mi chiese: «cosa sono quelle luci?» Aveva intuito che ero di Salerno. Risposi: «Sono le luci di Natale». Lei, divertita, mi rispose che lo sapeva e che, certo, il nostro Sindaco era stato bravo a volerle e a valorizzarle. Tuttavia non era a quelle luci che si riferiva. Mi indicò, con la mano, con la punta del dito indice, le luci che aveva scorto. Si trattava del Castello di Arechi illuminato sulla collina, nella notte. Risposi che era un castello medievale e ne sintetizzai, piccato, la vicenda. La sua replica fu illuminante, più delle luci. Nessuno, affermò, le aveva detto che a Salerno c’era un castello, altrimenti si sarebbe trattenuta, con il suo numeroso gruppo, ancora un giorno per visitarlo. Mi scusai e le dissi che la città avrebbe potuto offrirle tante altre cose belle e interessanti da vedere e provai ad elencarle. La sua risposta fu che forse il nostro sindaco era stato bravo a pubblicizzare le Luci d’Artista ma non aveva curato abbastanza la pubblicità del pacchetto turistico-culturale che si era delineato verbalmente durante la nostra conversazione, al freddo, in attesa della metro.

Dunque, ci sono cose che non possono essere amministrate ricoprendo freddamente solo il ruolo che la vita e la società ci assegnano. Non è possibile essere sindaco e dimenticarsi delle infinite relazioni che ci sono tra i cittadini, diversi tra loro, i loro spazi, le loro cose. Non si possono costruire identità collettive puntando solo su grandi opere, grandi rappresentazioni sportive o religiose e grandi spettacoli di luci artificiali. Nessuno può essere solo simbolo categorico di qualcosa che magari esiste solo nella cabina di regia dei propri desideri. Neanche, come apprendiamo ogni giorno, il Sommo Pontefice.

Nessuno possiede la verità ma chiunque, se smette di esercitare il proprio senso critico finisce per credere di possederla, di averla in tasca. Finisce per convincersi che la verità è unica e non la si può discutere. E se diventa una mancata verità la colpa è sempre di un altro o di tutti gli altri. Un buon amministratore queste cose le sa. Un buon politico anche. Se si toglie all’altro la possibilità di dissentire, se non lo si ascolta, se lo si etichetta negativamente, si costringe la comunità ad arroccarsi sul quel poco che possiede e le si impedisce di crescere aprendosi al nuovo.

È necessario, oggi, che questo meccanismo cominci a mostrarsi agli occhi di tutti. Non lasciamo che i ruoli siano più forti della nostra umanità. È una questione estetica, non solo politica.

redazioneIconfronti