Ven. Ago 23rd, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Un teatro per l’eternità

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di Pasquale De Cristofaro
di Pasquale De Cristofaro

Syracuse_theatre2Siracusa da metà maggio e fine al termine di giugno diventa la capitale del teatro antico in Italia. Grazie all’Istituto Nazionale del Dramma Antico (INDA), presieduta quest’anno autorevolmente da Gioacchino Lanza Tomasi, nuovo Sovrintendente, la città fa il pieno di giovani e meno giovani che, con una media di tremila spettatori a sera, riempiono gli spalti antichi del Teatro Grande per assistere agli spettacoli che da tanti decenni tengono viva la nostra tradizione sulla drammaturgia greco-latina. Quest’anno, la manifestazione è giunta alla sua cinquantunesima edizione con un programma eccellente, costituito da tre tragedie di grande impatto emotivo: “Le Supplici” di Eschilo per la regia di Moni Ovadia, “ Ifigenia in Aulide” di Euripide per la regia di Federico Tiezzi e “ Medea” di Seneca per la regia di Paolo Magelli.

In una cornice unica, gli spettacoli molto curati e con tante maestranze, difficilmente deludono il folto pubblico che accorre entusiasta per riascoltare ancora queste storie che mai finiscono di interessarci. “I greci nostri contemporanei”, mi verrebbe da dire parafrasando un celebre testo di critica teatrale del polacco Jan Kott a proposito del teatro di Shakespeare. Dei tre spettacoli, per questioni di tempo, ne ho potuto vedere solo due, “Medea” e “Le Supplici”. La “Medea” di Seneca, che è in parte molto differente dal modello euripideo, è stata resa con grande intensità da una volenterosa e a tratti superba, Valentina Banci. L’attrice, ha saputo via via prendere per mano gli spettatori e trasportarli nel gorgo violento della sua irrefrenabile furia che la conduce a dare la morte ai suoi figlioletti pur di vendicare il tradimento di Giasone. Tutto intorno un coro molto dinamico, in abiti primo Novecento, e una nutrice di gran classe interpretata con rara maestria da Francesca Benedetti. Un po’ meno efficace il Giasone di Filippo Dini che per gran tratti mi è sembrato non all’altezza del ruolo. Infine, una regia mai invadente capace di un bel colpo d’ala sull’uccisione dei bambini. Dopo tanto furore, infatti, Medea uccide i suoi figlioli con una efficace  delicatezza che rinvia a modelli di altre tradizioni teatrali. Altre tradizioni, che entrano prepotentemente in campo con “Le Supplici” dirette da Ovadia. Qui si assiste ad una continua esplosione di musica, canti e danze che fanno risuonare l’intero Mediterraneo. Dal “cunto” siciliano alle ipnotiche e trascinanti musiche balcaniche tipiche di tutta la ricerca di Ovadia. Testo splendido anche se pochissimo frequentato che ha dato la possibilità al regista di sviluppare un pregnante discorso sulla difficile e controversa politica di accoglienza per i tanti sventurati migranti in fuga da guerre e carestie. Un discorso che si fa attualissimo, su un’Europa che deve necessariamente mostrarsi degna della sua tradizione di antica civiltà. Una lezione d’umanità e di convivenza possibile, un auspicio per il nostro futuro. Detto questo, bisogna anche capire che recitare per così tante persone, in un teatro così vasto e pieno d’immensità, non è proprio un impegno semplice. Alla grandiosità dell’evento spettacolare molte sono le cose che debbono necessariamente essere sacrificate. Si perde qualcosa nella raffinatezza delle interpretazioni ma l’eccellente lavoro sulle masse rende la cosa passabile. Qui, la tragedia, come mi è già capitato di dire, diventa uno spettacolo POP, ma vi posso assicurare che la cosa non guasta più di tanto. La nota, invece, estremamente positiva è vedere il teatro pieno di ragazzi e giovanissimi che partecipano all’evento con grande passione e interesse. Bellissimo, vedere le loro reazioni. Molti sono entusiasti, pochi leggermente perplessi, alcuni non capiscono fino in fondo il motivo dell’attualizzazione di quelle antiche vicende. Ma va bene così; qualcuno dovrà pur spiegare loro che se quei testi ancora ci colpiscono nel profondo è perché hanno saputo parlare ieri, oggi e ci parleranno ancora domani. Sono scritture per l’eternità. Evviva il teatro.

 

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