Una barca ferma sulla spiaggia del desideri

Una barca ferma sulla spiaggia del desideri

Tre sorelle di A. Čechov

con Sabrina Scuccimarra, Gaia Aprea, Federica Sandrini,

Sara Missaglia, Paolo Serra, Andrea Renzi, Giacinto Palmarini,

Gabriele Saurio, Paolo Cresta, Alfonso Postiglione

regia di Claudio Di Palma

Teatro Mercadante, Napoli, 25 febbraio – 15 marzo

di Francesco Tozza

TRE SORELLE (2)È difficile sottrarsi al fascino discreto esercitato dal teatro di Čechov, addirittura anche quando viene somministrato a  forti dosi….., come sta succedendo in quel di Napoli, da circa un anno a questa parte, nell’ambito del NapoliTeatroFestival, ma anche durante la normale stagione dello Stabile (da poco, peraltro, divenuto Teatro Nazionale: si vede che l’autore russo porta bene! Innegabile, infatti, che le messe in scena di alcuni di quei testi abbiano costituito il fiore all’occhiello di una programmazione non sempre esaltante).

Fascino discreto, dunque, suscitato da una drammaturgia che nulla sembra perdere, ad ogni riproposta, della sua estrema vitalità (non diremmo, semplicisticamente, attualità): non a caso parlavamo – in occasione delle suddette rappresentazioni, in particolare di quelle davvero memorabili del russo Konchalovsky e del lituano Tuminas – di un Čechov nostro contemporaneo, più dello stesso Shakespeare, cui allude il celebre titolo del libro di Jan Kott. L’insoddisfazione di sé; la mancanza di un’idea generale, di una precisa visione del mondo, senza la quale sembra difficile la progettualità di qualsiasi forma di futuro, quindi l’esistenza stessa; l’amara consapevolezza che la vita sia un problema senza effettive soluzioni e, tuttavia, l’accanirsi nella speranza, nell’investire di senso anche ciò che sta per morire o vive ancora soltanto di una vita fittizia: sono tutti temi che aleggiano in quei testi meravigliosi, senza che vi si svolgano vere e proprie vicende, perché nulla di fatto avviene, se non il fluire del tempo che personaggi, spesso rivelantisi fantasmi di se stessi, riescono a coagulare nell’ossessione del ricordo o nell’attesa di un futuro possibile solo nel desiderio che se ne ha.

“Perché ricordare” – si chiede, non a caso, Irina, la più giovane delle Tre sorelle, appena all’inizio del penultimo capolavoro čecoviano; si tratta, ovviamente, di una di quelle domande alle quali non c’è risposta, e che tuttavia ci si continua a porre, per ovviare alla “putrida noia”, pur sapendo che dimenticheremo e, soprattutto, che “noi saremo dimenticati” (“Ci dimenticheranno. E’ questo il nostro destino”,  soggiunge Veršinin, il “maggiore innamorato”, a Maša, un’altra delle sorelle, la quale teme di non ricordare più nemmeno il volto della madre, morta anni addietro). Il vuoto è, dunque, in agguato, perfino in quella forma vicaria di esistenza che offre la nostalgia del passato; un antidoto potrebbe essere la possibilità di ricominciarla da capo, la vita, quasi la nostra fosse una specie di “brutta copia” e ne venisse poi “un’altra che ne rappresentasse la sua forma definitiva”. Ma sono tutte “sciocchezze” (il termine, a più riprese, è ripetuto quattro o cinque volte nel testo). Più concretamente, resta il lavoro, stancante ma quasi perfetto nel suo ruolo sublimatore: “Bisogna lavorare, lavorare. Quando non conosciamo il lavoro, ci sentiamo tristi e vediamo la vita a tinte così fosche”; a tesserne l’elogio è ancora  e soprattutto Irina, consapevole di appartenere – lei e le sorelle – a una generazione di “nate da gente che disprezzava il lavoro”. Ma si tratta, comunque, di un tipo di sublimazione che ha i suoi limiti, non può indurre a “dimenticare i sogni”: a Mosca, a Mosca – invocano più di una volta, a turno, le tre sorelle, anche se il loro auspicio, poi grido disperato, poeticissima geografia del loro desiderio, si infrangerà nella sconsolata presa d’atto, ancora una volta di Irina: “Non andremo mai, mai a Mosca”, perché, come aveva già sostenuto melanconicamente Veršinin, “ la felicità non esiste, possiamo solo desiderarla”. Resta da chiedersi, a questo punto, fra illusioni e speranze, se “potremo sapere perché viviamo, perché soffriamo!…”. Un’altra delle domande senza risposta, come quella iniziale, sul perché del ricordare; ed è Ol’ga questa volta, abbracciata alle sorelle, a ripetere, per ben due volte, con infinita malinconia, infinitizzando il dubbio ma anche la speranza: “Ah, saperlo, saperlo!”.

Claudio Di Palma, anche lui evidentemente innamorato del testo (come rivelano le puntuali note di regia nel programma di sala), ci ha dato delle Tre sorelle una versione elegante, raffinata, non fredda però (difficile esserlo con Cechov, se lo si affronta con convinzione!), grazie anche ad una recitazione saggiamente controllata, da parte di attori fra loro peraltro abbastanza affiatati (il rodaggio, dopo le prime repliche, farà il resto), in un lavoro d’equipe, come questo tipo di teatro notoriamente pretende e la compagnia ha già messo a punto, interpretando mesi fa Il giardino dei ciliegi, con lo stesso Di Palma attore e la regia di De Fusco. Nel caso specifico, il concerto fra gli interpreti ha evitato la trappola di uno scontato realismo, di pericolosi individualismi sopra le righe, preferendosi invece un armonico lavoro di regia, vagamente simbolista, senza eccedere però nemmeno in tale direzione. Bello ed intrigante l’impianto scenico (curato da Luigi Ferrigno, con le luci di Gigi Saccomandi): sullo sfondo di un cielo opaco, a volte nebbioso, tenuamente illuminato da un astro che, non a caso, può essere sole e luna alternativamente, si erge la bianca tavola di casa Pròzorov, eternamente inbandita dalla generosa ospitalità delle tre sorelle, metafora di un saper vivere e di una cordialità di rapporti che è autentica esigenza dell’anima, ma anche zattera di salvataggio contro l’incombere della solitudine e le inquietanti ombre della Storia (maschere di un carnevale, amato e respinto al tempo stesso, che non riesce ad occultare la “fiera e salutare tempesta che avanza, è già vicina e presto spazzerà via la pigrizia, l’indifferenza”). Efficace anche  l’idea della sabbia che occupa buona parte del palcoscenico, con una barca vuota, immota, in proscenio: metafora di una voglia di partire, continuamente frustrata, alla volta di un orizzonte indefinito, come ogni orizzonte, geografico ed esistenziale. L’idea, del resto, è tutt’altro che peregrina, attaccandosi ad una delle battute di Irina (nel primo atto, evidentemente non sfuggita al regista), allorché si chiede, quasi incredula, il motivo della sua felicità in quel giorno: “ perché oggi sono così felice? E’ come se fossi sul mare, portata da una gioia di vele e sul mio capo si stendesse un vasto cielo azzurro”.  Un’altra delle domande senza risposta, ovviamente.

 

 

redazioneIconfronti

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