Una, dieci, mille Tess

Una, dieci, mille Tess

 

di Giuseppe Foscari *

Il professor Giuseppe Foscari
Il professor Giuseppe Foscari
La foto di Tess Asplund in atto di sfida con il pugno chiuso della mano destra di fronte a circa trecento nazisti svedesi a Stoccolma sta facendo il giro del mondo. Lei, svedese e nera, capelli corti, abbigliamento casual ma alla moda, lunghi orecchini pendolanti, una sobria borsa a tracolla. La sintesi dell’integrazione culturale, a dispetto di qualsiasi discriminazione. Una persona normalissima che si è arrabbiata, e di brutto, al cospetto di nostalgici di Hitler, con camicie bianche, cravatta e pantaloni neri, che sciamavano scortati dalla polizia. Vestiti per farsi ben notare e per certificare un’appartenenza politica e ideologica. Megafoni per inneggiare contro i nuovi e vecchi nemici dell’Occidente.

Tess ha alzato il pugno della mano destra per richiamarsi alle prime battaglie per i diritti civili, la stessa protesta, per intenderci, che adottarono Tommie Smith e John Carlos alle Olimpiadi di Città del Messico in quel fatidico 16 ottobre del 1968, pochi mesi dopo la barbara uccisione di Martin Luther King.

Che la destra xenofoba, fascista e nazista ci stia provando a tornare in auge non è un mistero. Dalla Svezia all’Austria, alla Germania, ai Balcani, essa miete consensi, complici un mai sopito fanatismo ideologico e la questione degli immigrati, vero casus belli del XX secolo,

Per questo Tess Asplund è diventata l’icona di chi si ribella al vuoto culturale di coloro che perseguono un impossibile ritorno al passato e cavalcano l’idea di una nuova “risoluzione finale”, spostando il tiro dagli storicamente odiati ebrei (che mai smetteranno di esserlo perché quell’odio viscerale è parte integrante del loro dna) agli africani, ai rom, ai mediorientali e a tutti i musulmani dell’universo. In uno scontro di civiltà infinito e sanguinoso, come dettato dall’incultura del para-nazismo.

Per questo motivo abbiamo bisogno non di un’isolata Tess Asplund, ma di dieci, cento, mille, centomila donne e uomini che sappiano sfilare assieme e dire no, che sappiano arginare le insidie che pullulano, per usare il gergo popolare dell’ultima emblematica canzone di Zucchero, Partigiano Reggiano.

Abbiamo bisogno di mantenere sempre viva la Resistenza il cui valore non può e non deve essere solo simbolico, ma concreto e collegato alla lotta per la libertà e ai sogni di emancipazione e giustizia che essa contiene in sé. La conferma di questi ideali deve essere una pratica quotidiana, non affidata solo al coraggio di Tess, ma allo sforzo collettivo di riconoscersi in quei valori e non indietreggiare, proprio come ha fatto lei, al cospetto del nichilismo o del rumore dei cingolati e degli inni alla violenza.

Lo spazio di difesa dai totalitarismi deve essere occupato da tutti noi, insieme, come una grande rete sociale e politica che protegga le battaglie civili dei nostri padri e nonni e le traduca in nuove barriere culturali contro l’ignoranza, i negazionismi, i fanatismi. Abbiamo bisogno, è ancora Zucchero a dircelo, di un “cuore unico” che pulsi nella direzione dell’amore tra i popoli e non delle guerre a oltranza.

Da oggi noi dobbiamo essere tutti Tess, la svedese nera che ha osato sfidare, da sola, le irragionevoli ragioni di nostalgici violenti.

* professore di Storia dell’Europa presso il Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione dell’Università di Salerno.

 

redazioneIconfronti

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