Una lezione dalla Nigeria

Una lezione dalla Nigeria
di Luigi Rossi

PDP election campaign rallyQuando sant’Agostino scrisse le sue considerazioni sulla storia probabilmente aveva immagini come quelle che ci hanno ossessionato questa settimana: vandali a Roma degradati a parodia animalesca dell’uomo, bombardamenti e relative ritorsioni in Libia, decapitazioni nel Medio Oriente, in Nigeria l’uso di bambini come bombe umane.Questi orrori devono indurci ad assumere la responsabilità di un’azione decisae l’impegno a far arrivare ovunque queste notizie per mettere sotto pressione governi nazionali e l’ONU. La situazione in Nigeria consente alcune riflessioni particolarmente istruttive anche per comprendere se causa della guerra sia la religione.

Nel paese la divisione è tra elite al potere, che controlla lo sfruttamento del petrolio ricorrendo ad una degradante corruzione, e la popolazione del nord, povera e abbandonata a se stessa. Boko haram sfrutta la situazione e così controlla un’area grande quanto la Svizzera al costo di ventimila morti e di un milione di sfollati; ha costruito col sangue il suo califfato con propaggini verso il Niger e il Camerun, attraversa il Maghreb, a forte presenza qaedista, e punta verso Occidente. L’orrore continua drammaticamente: i terroristi islamici intendono imporre il califfato dove imperversano ricorrendo alla sistematica pulizia etnico-religiosa mentre gridano Allahu akhbar!´ (Dio è grande)».

In Nigeria le forze speciali internazionali sono bloccate per non essere coinvolte nelle azioni dell’esercito regolare contro la popolazione. Non è più possibile ignorare il problema: urge un piano per aiutare le regioni settentrionali e un programma anti-corruzione. Certamente la situazione non si può risolvere in pochi giorni, ma ignorarla ancora è immorale. Per il sequestro delle oltre duecento studentesse a Chibok la scorsa estate la mobilitazione è stata totale: “bring back our girls” ha gridato il mondo. Mai però si è potuto operare concretamente e così si è assistito al ripiegamento precipitando in un silenzio che uccide cristiani e islamici. Crescono gli ostaggi nei villaggi schiavizzati e i kamikaze tra bambini e donne; sono i metodi dei jihadisti che operano in Siria ed Iraq, dove però il silenzio è stato rotto da tempo. All’Onu il dramma della Nigeria resta sotto traccia, i rapporti trovano poco spazio sui media, eppure si tratta dello stesso problema: una derivazione tumorale, secondo la denuncia della Chiesa locale. Ogni giorno la situazione diventa più spaventosa: il 10 gennaio al mercato di Maiduguri, nel nord-est del paese, a portare l’esplosivo era una bambina di dieci anni: bilancio, una ventina di morti. Qualche giorno prima Boko haram aveva massacrato la popolazione di Baga: duemila morti. Molti soldati dell’esercito nigeriano fuggono di fronte ai miliziani perché peggio armati dei ribelli islamici. Non è colpa loro se per anni i leader hanno indebolito l’esercito. Per prevenire la minaccia di colpi di stato e comprare almeno il loro disinteresse si è consentito ai militari di sottrarre fondi ed arricchirsi impunemente. Le popolazioni del nord ormai temono i raid delle forze armate quasi quanto quelli di Boko haram; ne deriva che non si riesce a ottenere informazioni, mentre i miliziani hanno complici nell’esercito. Washington non intende aiutare il governo di Jonathan per i tanti  scandali che hanno coinvolto il paese. Obama oggi può mostrarsi intransigente perché gli Stati Uniti non hanno più bisogno del petrolio nigeriano.

Così Boko haram può estendere la sua influenza e creare il suo califfato. Per Jonathan il suo rafforzamento al nord non è necessariamente una cattiva notizia: le zone controllate dai terroristi sono roccaforti dell’oppositore musulmano Muhammadu Buhari. Un altro vantaggio potrebbe determinarsi se l’insurrezione serra i ranghi dei cristiani. La campagna elettorale si concentra su questioni di sicurezza facendo dimenticare che il regime ha sottratto decine di miliardi di dollari facendo scomparire almeno il 10% della produzione nigeriana. Inoltre l’insurrezione divide soprattutto i musulmani perché i principali nemici di Boko haram sono musulmani moderati. Nelle regioni meridionali il dramma di queste regioni spesso è accolto con indifferenza. I politici del nord hanno finanziato l’islam radicale, giocando col fuoco, ora vivono nel caos. Molti pensano che un califfato di Boko haram potrebbe favorire la divisione del paese per le tensioni aggravate dal calo del prezzo del petrolio, che rimpicciolisce la torta da dividere in un paese di 170 milioni di abitanti.

Il riferimento alla Nigeria ed ai suoi problemi dovrebbe indurre i nostri politici a riflettere prima di rilasciare roboanti dichiarazioni sulla disponibilità a farsi carico anche da soli dei problemi della Libia!

 

 

redazioneIconfronti

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