Una strada c’è: prendere la parola

Una strada c’è: prendere la parola
di Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro

Tra gli anni Trenta e Cinquanta, la scuola di Francoforte, analizzò con grande acutezza sia la natura dei regimi totalitari che avevano caratterizzato la vita politica europea di quegli anni, sia le nascenti società di massa e le giovani democrazie che a quei regimi succedevano. La critica della “ragione strumentale” (nuovo paradigma egemonico) costituiva il loro programma, insieme a cercare di svelare le strategie persuasive che rendevano le comunità sempre più alienate, omologate e conformiste. Horkheimer, Adorno e Marcuse, solo per citare i più noti, misero a punto un’analisi e una critica efficace e raffinatissima per cercare di spiegare ciò che stava accadendo nella vecchia Europa sull’onda delle nuove culture e mode che arrivavano da oltre Oceano. Ad essi sembrò che l’uomo fosse sempre più asservito e dominato non soltanto nelle sue relazioni sociali ma addirittura nell’intimo della coscienza. La cultura umanista che aveva costituito la spina dorsale del vecchio continente, cedeva miseramente il passo ad una disumanizzazione diffusa, prodotto di un “capitalismo maturo” che sotto abile copertura, in realtà, non faceva altro che riprodurre i vizi antichi di apparati produttivi e politici tesi ad assoggettare più che a liberare l’umanità. In questo clima di svelamento anche i processi educativi dovettero subire radicali scossoni. Anch’essi rientravano in un funzionale “sistema integrato” teso ad ammagliare ogni aspetto della nuova società. Da qui, quel diffuso senso di cambiamento che innervò vasti settori di opinione pubblica e che produsse la ferma volontà di rimettere tutto in discussione a partire dai movimenti che successivamente determinarono il ’68. Di quegli anni effervescenti, guardati con ammirazione o sospetto a seconda dei punti di vista, mi piace ricordare oggi l’esperienza di don Milani, e di tutti quegli ambienti di “cattolici dissidenti” che molto produssero per realizzare una società più giusta. In un contesto di rivendicazioni e di anarchia, la “presa della parola”, questo il suo motto, significò anche una direzione diversa rispetto all’antipedagogia che cominciava a muovere passi decisivi. Il prete di Barbiana, in contro tendenza, proponeva ai suoi allievi di studiare con maggiore passione e determinazione perché troppo poveri per permettersi il lusso d’essere anche ignoranti. Ecco, allora, che “prendere la parola” voleva significare che era indispensabile per i cosiddetti “ultimi” individuare nell’uso della lingua lo strumento principale attraverso il quale compiere la propria emancipazione. Saper usare il linguaggio dei dominanti per uscire dalla subalternità culturale e sociale e far “valere le proprie ragioni”. Il possesso della parola significava, insomma, poter formulare un giudizio critico, prima tappa nella prospettiva di una prossima completa liberazione dall’oppressione. Da quel tempo molte cose sono completamente cambiate, eppure trovo questa lezione ancora essenziale per capire come cambiare in meglio il mondo in cui stiamo vivendo.

 

redazioneIconfronti

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