Undici colpi

Undici colpi
di Rino Mele

aldo_moro3Tanti sono i proiettili che hanno trafitto Aldo Moro la mattina del 9 maggio 1978, dopo 55 giorni di prigionia e, da parte sua, di lotta per salvarsi dal baratro verso cui lo tiravano la violenza del terrorismo e la ragion di Stato. Quando arriva la notizia dell’uccisione di Moro è in corso la Direzione della Democrazia Cristiana: Fanfani stava parlando quando l’addetto-stampa si avvicina al Segretario del Partito, Benigno Zaccagnini e gli dà la notizia: Moro, il suo corpo, è a pochi metri dalla sede della Democrazia Cristiana, all’interno di una vecchia Renault, in via Caetani. Zaccagnini si alza e, come un protagonista dell’ultima scena di un dramma elisabettiano, dice le parole conclusive: “L’assassinio è stato compiuto”. Nella loro ambigua verità, queste parole ellittiche, essenziali, sono dettate dal dolore e da un’inarrestabile senso di colpa. Poi una pioggia di costernazione, una tempestosa rappresentazione di frasi retoriche da parte di coloro che Moro nelle sue lettere aveva ripetutamente scongiurato d’intervenire e accusato con tagliente veemenza. Parlando di Andreotti, a pagina 254 del Memoriale, Moro scrive: “Ora tiene la linea dura nei rapporti con le Brigate Rosse, con il proposito di sacrificare senza scrupolo quegli che è stato il patrono ed il realizzatore degli attuali accordi di governo”. Aldo Moro sentiva di essere condannato dal Governo italiano e non solo dalle Brigate Rosse tanto è vero che, in una lettera a Pietro Ingrao (Presidente della Camera dei Deputati), dopo aver chiesto aiuto all’esponente comunista, gli ricorda che la nostra Costituzione (ai cui lavori di pensosa redazione lo stesso Moro aveva partecipato) non prevede la pena di morte. Sembrava dire: non potete condannarmi al sacrificio della vita. La lettera a Pietro Ingrao è del tutto simile (scritte entrambe a una settimana dalla morte) a quella ad Amintore Fanfani, presidente del Senato. Chiedeva inutilmente di non permettere che avesse luogo l’esecuzione di un’irragionevole condanna. Si diceva certo che da essa sarebbe iniziata la catastrofe politica, una dispersione, il vento di una progressiva inconsapevolezza. Lo scrive chiaramente ad Andreotti: “La lacerazione ne resterà insanabile. Nessuna unità, nella sequela delle azioni e reazione, sarà più ricomponibile”.

redazioneIconfronti

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