Lun. Giu 24th, 2019

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Unica stazione appaltante, ma la politica faccia il suo ruolo

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La disciplina degli appalti pubblici è stata arricchita nell’ultimo decennio da un complesso di norme sostanzialmente finalizzate ad assicurare la trasparenza delle procedure, in particolare si ricorda il d. lgs. 12 aprile 2008, n. 163 (c.d. “Codice dell’appalto pubblico”) ed il successivo Regolamento di attuazione (DPR 5 ottobre 2010, n. 207), che ha completato la riforma radicale della disciplina dei contratti delle stazioni appaltanti, degli enti aggiudicatori e dei soggetti aggiudicatari, aventi ad oggetto l’acquisizione di servizi, prodotti, lavori ed opere. Un primo elemento di speranza rispetto ai fatti che hanno interessato la cronaca della giornata riguarda proprio il “tempo” in cui sarebbero stati commessi i reati contestati agli indagati, risalenti in epoca antecedente all’entrata in vigore del complesso normativo innanzi ricordato.
di Giuseppe Fauceglia

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La disciplina degli appalti pubblici è stata arricchita nell’ultimo decennio da un complesso di norme sostanzialmente finalizzate ad assicurare la trasparenza delle procedure, in particolare si ricorda il d. lgs. 12 aprile 2008, n. 163 (c.d. “Codice dell’appalto pubblico”) ed il successivo Regolamento di attuazione (DPR 5 ottobre 2010, n. 207), che ha completato la riforma radicale della disciplina dei contratti delle stazioni appaltanti, degli enti aggiudicatori e dei soggetti aggiudicatari, aventi ad oggetto l’acquisizione di servizi, prodotti, lavori ed opere. Un primo elemento di speranza rispetto ai fatti che hanno interessato la cronaca della giornata riguarda proprio il “tempo” in cui sarebbero stati commessi i reati contestati agli indagati, risalenti in epoca antecedente all’entrata in vigore del complesso normativo innanzi ricordato. Sorge, però, naturale la domanda: possono da sole le norme sconfiggere un malcostume che sembra diffuso e radicato? La risposta non può che essere negativa. È indubbio, invece, che servono più controlli, più efficienza, più trasparenza reale e questa deve essere sempre assicurata dalle stazioni o enti appaltanti, in una logica anche di strutturazione dell’organizzazione amministrativa che eviti contiguità pericolose. Se è naturale, in una logica di mercato, che le imprese più forti adottino prassi finalizzate alla partecipazione ad appalti pubblici, è altrettanto vero che ciò non può urtare contro la necessità di assicurare efficienza e trasparenza alla pubblica amministrazione, e, soprattutto, non può tradursi nella progressiva espulsione dal settore di imprese non “omologate” ad una logica latamente spartitoria (ciò che in termini tecnici traduce il contestato reato associativo). Proprio per questi motivi, sarebbe il caso di interrogarsi sulla necessità di introdurre forme organizzative che prevedano un’unica “stazione appaltante”, cercando, però, nel contempo di evitare un’eccessiva burocratizzazione delle procedure ed inevitabili lentezze operative. Un’ulteriore forma di controllo potrebbe, poi, risiedere nel prevedere un tetto alla partecipazione delle imprese agli appalti, tenendo conto anche delle connessioni di “gruppo”, e ciò per evitare l’incetta di appalti che poi, inevitabilmente, finiranno per subire ritardi o discrasie nell’esecuzione dei lavori e delle forniture. Su questo terreno giocherà un ruolo importante la politica, se ancora esiste nella sua dimensione di “progettualità del reale”, che dovrà eliminare le zone opache o di contiguità di interessi, ancora esistenti, nonché dovrà superare una vera e propria delega di responsabilità alle sole strutture amministrative. La scommessa è dura da vincere, ma non per questo impossibile.

*ordinario di Diritto Commerciale presso l’Università di Salerno

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