Uomo e clima, svoltare si può

Uomo e clima, svoltare si può
di Beatrice Benocci
La tragedia della deforestazione
La tragedia della deforestazione

Al via, da oggi, la conferenza sui cambiamenti climatici che quest’anno ha luogo a Lima, in Perù. Come ogni anno il mese di dicembre segna il passo di ciò che l’umanità fa, ma spesso non fa, per evitare il peggioramento costante della saluta del pianeta, il cosiddetto global warming. Compito non facile anche a causa di coloro, scienziati e studiosi inclusi, che ribadiscono ormai da anni che i cambiamenti climatici non esistono. Eppure le nostre estati non sono più quelle; perdiamo colture importanti come l’olivo – quest’anno le regioni italiane regine dell’olio, tra cui anche la Campania, sono in ginocchio a causa del troppo caldo e della troppa pioggia che hanno caratterizzato l’estate e permesso alla mosca olearia di attaccare le piante compromettendone la produzione; perdiamo in termini di affluenza turistica e in termini di salute umana. Per non parlare delle bombe d’acqua che hanno straziato il nostro territorio, completamente sconosciute fino a qualche decennio fa. Rimanendo in Europa, quest’anno Londra ha sperimentato un’estate caldissima al punto che i verdi prati inglesi avevano assunto il classico colore giallastro dovuto alla mancanza d’acqua. Sebbene i cambiamenti del clima siano sotto gli occhi di tutti (e sulla pelle di tutti) anche l’annuale conferenza sul clima non ha prodotto nel corso del tempo risultati apprezzabili, compreso l’ultimo appuntamento di Varsavia (dicembre 2013, COP 19). E ormai siamo prossimi alla data entro la quale (dicembre 2015, COP 21 Parigi) dovrà essere definito un nuovo accordo globale sul clima, in grado di sostituire il Protocollo di Kyoto (formalmente conclusosi nel 2012), in mancanza del quale, il mondo intero tornerebbe alla più totale anarchia in termini di emissioni di sostanze nocive in atmosfera. Il nodo da sciogliere rimane, ormai da tempo, sempre lo stesso, ovvero l’assunzione dell’onere dei costi necessari a far fronte ai cambiamenti climatici da parte dei paesi industrializzati (i maggiori responsabili in passato delle emissioni di gas in atmosfera);la definizione degli aiuti ai paesi in via di sviluppo, oggi largamente oggetto di disastri ambientali a causa di tifoni e uragani sempre più frequenti e violenti e, infine, la risoluzione del problema della deforestazione. Per comprendere l’urgenza di una svolta va ricordato che, nello scorso mese di maggio, la concentrazione di C02 in atmosfera ha superato la soglia dei 400ppm (parti per milione), misurati dall’Osservatorio di Mauna Loa, Hawai (Fonte: ESRL-NOAA). In epoca pre-industriale essa era intorno a 280 ppm; una concentrazione pari o superiore a500 ppm viene considerata un probabile punto di non ritorno.

Ma c’è una buona notizia. Pochi giorni fa, quasi insperatamente, Cina e Stati Uniti, da sempre contrari al Protocollo di Kyoto e produttori di circa il 45% di emissioni di CO2 mondiale, si sono accordati per una riduzione delle emissioni inquinanti in atmosfera. Gli Stati Uniti hanno dichiarato di voler abbattere del 25-28% le emissioni entro il 2025, sulla basi dei dati fissati al 2005, mentre la Cina di fermarne l’aumento entro il 2030. Da parte sua l’Unione Europea, capofila ormai da anni nella lotta ai cambiamenti climatici, aveva annunciato pochi giorni prima la decisione di tagliare del 40% gli elementi inquinanti entro il 2030, rispetto ai valori del 1990. Occhi aperti su Lima, quindi, chiamata a traghettare la comunità internazionale verso l’accordo del 2015:

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redazioneIconfronti

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