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Valorizziamo il “piede d’opera locale” sul modello Barcellona

Valorizziamo il “piede d’opera locale” sul modello Barcellona
di Gregorio Di Micco

L'Uruguay campione nel mondo nel 1950

Contro il Levante, nell’ultimo turno di campionato spagnolo, il Barcellona non solo ha stravinto ma ha raggiunto un significativo record. Dal 14′ del primo tempo, con l’ingresso in campo di Montoya, la squadra blaugrana ha schierato in campo la bellezza di undici giocatori del vivaio. Segno che i catalani godono di ottima salute dal punto di vista tecnico e societario e che gli investimenti sui giovani si stanno dimostrando massimamente produttivi sul piano programmatico. Al contrario del Real Madrid che continua a spendere cifre folli per giocatori presi un po’ in tutto il mondo. Il ricambio continuo dei talenti locali assicura al Barcellona una squadra solida, ben organizzata e naturalmente poco costosa visto che i giocatori di prima squadra si “estraggono” solo dal vivaio. Con un ritorno economico incredibile che pone il Barcellona ai vertici tecnico, organizzativo ed economico del calcio mondiale.
Questo il preambolo. Il discorso, per noi campani, si riflette ovviamente sul Napoli ma anche sulle altre realtà calcistiche regionali, a partire dai capoluoghi di provincia (Salerno, Caserta, Avellino, Benevento) e su quelle realtà cresciute a dismisura fino ad arrivare alle soglie della serie A (vedi la Juve Stabia). Il sommo Brera, il più bravo dei giornalisti sportivi, amava ricordare di essere una grande appassionato dell’Uruguay perché la nazionale di quel paese rappresentava una delle più efficaci scuole di calcio mondiali con appena sei milioni di abitanti alle spalle. L’Uruguay aveva vinto due mondiali di calcio (1930 e 1950) il secondo dei quali proprio sul campo del Brasile con le prodezze di Schiaffino e Ghiggia, poi approdati in Italia al Milan e alla Roma. Quell’evento venne vissuto in Brasile come un lutto nazionale. Il portiere brasiliano Barbosa fu costretto a smettere di giocare. Tra i tifosi carioca vi furono addirittura dei suicidi.
E veniamo alla Campania. Noi, esattamente come l’Uruguay di quel periodo, abbiamo all’incirca sei milioni di abitanti. Quindi, in teoria, possiamo fabbricarceli da soli i campioni, quelli che Guido Prestisimone, giornalista napoletano di spiccate tendenze meridionalistiche, definiva il “piede d’opera locale”. Attualmente nel Napoli sta esplodendo il talento di Roberto Insigne, scippato alla Scuola Calcio Olimpia per appena 1500 euro. Il presidente di quella squadra, Orazio Vitale, al momento di trasferirlo al Napoli, disse al ds partenopeo Santoro, suo amico: “Lo dò a te, non al Napoli”. Un attestato di stima nei confronti della singola persona ma non nei confronti della società che in tema di vivaio non riscuote molti consensi tra le società dilettantistiche della Campania. A tal punto che molte preferiscono vendere i loro campioncini ad altre società della penisola. Ed è lunghissimo l’elenco dei giocatori dirottati negli anni scorsi fuori della regione. Qualche esempio: Montella, Di Natale, Quagliarella, Lodi. Basta scambiare quattro chiacchiere con alcuni dei tanti dirigenti e allenatori minori per accorgersi che il Napoli non gode di eccessive simpatie. Le accuse? Investe poco nel settore, non ama allargare i cordoni della borsa quando si tratta di concludere un acquisto, non si rende protagonista di una politica di buon vicinato con le altre società regionali.
Per costruire un Napoli secondo il modello Barcellona (e quante volte De Laurentiis ha parlato a sproposito di vivaio…) bisognerebbe innanzitutto investire in campi sportivi attrezzati sparsi un po’ dovunque nella regione, svolgere una politica di alleanze con le tante scuole calcio zonali, destinare più soldi alla ricerca dei talenti in Campania. È troppo? Credo proprio di no. E soprattutto serve una programmazione seria e concreta.
Fa male vedere che le squadre del settore giovanile azzurro facciano il giro della provincia alla ricerca di un campo libero (vedi ad esempio Casoria e Frattamaggiore). Serve un settore giovanile organizzato, con preparatori e tecnici all’altezza, serve una gestione separata economicamente e un dirigente-manager all’altezza del compito. I soldi? In questo momento al Napoli non mancano. Non per niente quella azzurra è una società in attivo e con un bilancio tra i migliori d’Europa. De Laurentiis faccia uno sforzo. Si renda conto che il calcio rappresenta un’ulteriore occasione di lavoro per i
giovani nostrani e che almeno il “piede d’opera locale” non sia costretto ad emigrare al Nord o all’estero. Sarebbe bello per dieci, cento Insigne indossare la maglia del Napoli o di qualunque altra squadra regionale professionistica.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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