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Van Gogh. Sulla soglia dell’eternità

Van Gogh. Sulla soglia dell’eternità
di Luigi Zampoli
Riflessioni su “Van Gogh. Sulla soglia dell’eternità”, un film di Julian Schnabel

Leggere un romanzo, un classico e immaginare i suoi personaggi calati nella contemporaneità è un po’ come osservare un dipinto di Van Gogh ed entrarci dentro. Lo faceva il protagonista dell’episodio “Corvi” nel bellissimo film Sogni di Akira Kurosawa.
Lo fa anche Julian Schnabel, regista statunitense, egli stesso pittore, che a Van Gogh ha dedicato una pellicola dal titolo emblematico, provando a scoprire la vita del celebre artista olandese da punti di vista incrociati. Si potrebbe paragonare a un’indagine visiva che prova a catturare gli elementi che furono i tasselli dell’affresco del suo vissuto personale e delle sue opere: la luce, il colore, lo spazio, la natura e il corpo, il tutto consumato in un tempo che, pur fervido di arte e cultura, lo relegò nella categoria dei folli. Van Gogh conobbe l’apprezzamento di pochi e il respingimento di molti. Ma fu proprio questa circostanza la sua fortuna o, meglio, la fortuna della sua opera. 
Schnabel prova a ripercorrerne la parabola, attraverso un focus sull’arte vista “da dentro”, con una rappresentazione non della vita, ma del vivere quotidiano dell’artista: nel film risuonano le sue parole, tra dialoghi immaginati o così come potevano effettivamente essersi svolti con i suoi amici, con il fratello Theo, con Paul Gauguin. L’idea di fondo è che la figura di Van Gogh non si riduca ai soli suoi dipinti: la sua parabola esistenziale è pura letteratura, è un frammento di condizione umana che assume significato nel rifiuto del tempo che a ciascuno è concesso di vivere, cercando di fermare sulla tela degli attimi di eternità. 
Gli artisti, gli scrittori hanno la fortuna o la sventura – dipende dai punti di vista – di proiettarsi oltre l’arco temporale della propria vicenda terrena, grazie al fatto che le loro opere potranno consegnarsi alla Storia, nonostante la caratura di esistenze connotate, spesso, da privazioni e sofferenze. La vita di Van Gogh ne è un esempio paradigmatico, in cui tutti questi aspetti si concentrano e si fondono nella sua stessa arte, come il film di Schnabel riesce pienamente a ricostruire, offrendo allo stesso tempo lo spunto per altre riflessioni.
Una di queste riguarda una domanda di fondo: sarebbe possibile oggi per un artista condurre un’esistenza alla Van Gogh? Essere profondamente diverso dal contesto, come lo era il pittore olandese, e avere la possibilità di esprimere la propria alterità in una forma originale? Probabilmente ci sarebbe il concreto rischio di essere incompresi ed emarginati, in un tempo in cui l’arte predica ed esige inclusione a ogni costo. Ma l’inclusione è un’arma a doppio taglio: può significare dialogo e integrazione, o degradarsi in omologazione, con la compressione di sogni, desideri e bisogni. Perché talento e ispirazione sono oggi asserviti al dominio della tecnica e della sua velocità: il rischio concreto, dunque, è che delle opere contemporanee non rimanga nulla. Anche perché ci si potrebbe chiedere se siano davvero tutte significative.
Chi decide, infatti, quali siano le opere degne di passare alla storia? Esiste un marketing che da tempo guida le scelte di mecenati e critici al servizio del mercato e che imbriglia gli artisti, più o meno dotati, in una condizione di disagio perenne. Chi non riesce a entrare “nel sistema” e a vivere del proprio talento, si ritrova in cerca di una via d’uscita o di una forma di consolazione proiettiva verso il passato o il futuro, pur di sottrarsi al presente che non lo riconosce e che egli stesso, alla fine, non può far altro che rifiutare. La divaricazione tra creatività e tecnica si è allargata sempre di più a favore della seconda, che spesso si traveste con gli abiti della prima, ingannando gli osservatori più distratti o superficialmente affascinati dal virtuosismo acrobatico di colori e pennelli. E il discorso potrebbe ampliarsi anche verso le altre arti.
Ma, tornando a Van Gogh, come si sarebbe regolato al cospetto di una situazione così tremenda e claustrofobica? Probabilmente avrebbe fatto a modo suo, vivendo alla giornata e confidando nei posteri, in un tempo a venire in cui sarebbe stata tributata grande considerazione alla sua opera. Un atteggiamento che richiede forza d’animo e capacità di abnegazione che nessuno, oggi, sembra poter avere: triturati dalla fugacità dell’istante di un sistema produttivo dove tutto è trasformato in merce, consumato e poi dimenticato, ognuno di noi si affanna per concentrare ed esaurire il proprio campo d’azione nel qui e nell’ora. Il tempo di Van Gogh, al contrario, era quello della solennità di attimi scanditi da un orizzonte infinito: era tutto fuorché liquido, perché l’artista olandese aveva la consapevolezza che la vita era un debito da pagare e che solo dopo la scadenza sarebbe arrivata la fama. Una lezione di vita che potrebbe forse aiutarci a volgere lo sguardo verso orizzonti più ampi, insegnandoci a ignorare la contingenza, avendo fiducia nel nostro operato e muovendoci anche contro corrente. Come avrebbe fatto Van Gogh.

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