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Vanno a picco le riforme di Monti. Cosa non cambia, salve le Province

Vanno a picco le riforme di Monti. Cosa non cambia, salve le Province

Tutto in salita per le riforme: l’annuncio del presidente Monti di dimettersi, salva solo la legge di stabilità ed il pareggio di bilancio. Ma per tutte le altre riforme strutturali il percorso di approvazione parlamentare appare estremamente irto di ostacoli, tanto che è molto verosimile considerare che alcune di esse non vedranno la luce. La legge di stabilità. E’ forse l’unico provvedimento ad avere un approdo sicuro, non foss’altro perché esplicitamente nominato e garantito nel comunicato del Quirinale dopo l’incontro tra il Presidente Napolitano e Mario Monti. Quella che una volta era la “Legge Finanziaria”, sebbene gravata da oltre 1500 emendamenti, è probabile diventi un po’ il veicolo d’emergenza cui aggregare altre questioni rimaste aperte e trasformare la legge in un provvedimento omnibus. Si tratta di legare alla legge, che godrà di un percorso privilegiato di approvazione, il 18 dicembre in Senato e approvazione il 27 alla Camera, il cosiddetto “milleproroghe”. Questo provvedimento, infatti, ha al suo interno la soluzione per i 260mila precari della pubblica amministrazione con i contratti in scadenza, il rifinanziamento degli ammortizzatori sociali, ed il trasferimento dell’Imu ai comuni. Sempre nel “Milleproroghe” ci sono le normative relative alla Tobin Tax, ai finanziamenti per le regioni terremotate dell’Emilia e quelle sulle cartelle pazze. Il pareggio di Bilancio. E’ l’altro dei due provvedimenti che il Capo dello Stato ha voluto mettere in sicurezza e citare nel comunicato con l’annuncio del passo indietro di Monti. Il Ddl costituzionale sul pareggio di bilancio dovrebbe essere votato martedì alla Camera e poi passare al Senato. Oltre questi due punti, iniziano le incognite. Nel senso che al momento non si possono conoscere i provvedimenti che resteranno in agenda dei lavori e quelli che resteranno nel cassetto. Ad iniziare dal decreto sull’Ilva che ha annullato il sequestro degli impianti di Taranto consentendo al centro siderurgico di riprendere la produzione ed al tempo stesso di avviare tutte le attività di messa in sicurezza ambientale degli impianti. Il lavoro: si tratta di cancellare alcune norme della riforma Fornero che riducono la flessibilità in entrata. Poi c’è il decreto sviluppo del Ministro Passera: va convertito in legge entro il 18 dicembre, il Senato lo ha appena approvato ma la Camera ha sei giorni per il via libera pena la decadenza. Ci sono anche alcune novità degli ultimi giorni che hanno molto colpito l’opinione pubblica e acceso il dibattito politico. Si deve correggere la norma che impone l’obbligo delle gomme da neve, in luogo delle più economiche catene; alcuni vorrebbero correggere anche la norma che ha concesso scivoli pensionistici per i manager. Infine ci sono tre riforme strutturali che hanno molte probabilità di rimanere vittime illustri della fine anticipata della legislatura: il taglio delle province, la riforma della legge elettorale e la delega fiscale. Quanto alle province, il disegno di legge che ne prevede la riduzione, appesantito da innumerevoli polemiche e difficoltà che lo hanno smussato e di fatto molto depotenziato, è impantanato al Senato. Dovrebbe arrivare alla Camera martedì e poi deve andare al Senato prima della scadenza fissata il 15 Gennaio. Quanto alla legge elettorale, le schermaglie degli ultimi giorni tra Pd e Pdl rappresentano di per se la prova documentale del fatto che le prossime elezioni politiche si terranno con il tanto vituperato Porcellum. Nonostante i favorevoli auspici del Presidente del Senato Schifani, il testo della riforma deve ancora essere esaminato dalla Camera. Infine la delega fiscale, ovvero quella riforma del sistema contributivo molto a cuore dei cittadini e delle imprese in questo momento di crisi. La Camera l’ha già approvata ma desso si trova ferma in Commissione Finanze del Senato, respinta dall’aula. Molto difficile che questa riforma passi, anche perché si sta cercando di introdurre delle modifiche che trovano la contrarietà del governo.

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