Mar. Lug 23rd, 2019

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Vedi Napoli e poi cresci: allarmante boom di imprese cinesi

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Il capoluogo punta di diamante di un’invasione economica: 1 cinese su 3 possiede un’azienda
di Gianmaria Roberti

Una lunga marcia da far invidia a Mao proietta, in silenzio, i cinesi alla conquista del mercato delle imprese napoletane. È un’avanzata nelle praterie di un tessuto economico squagliato dalla crisi, e dall’antica vocazione assistenzialista. Una ricerca della Camera di commercio di Milano, su dati registro imprese e Istat 2012, 2011 e 2002, afferma che Napoli è la città in cui in dieci anni la comunità imprenditoriale cinese cresce di più, +691,7%, contro una media nazionale del 231,7%. Il capoluogo lombardo resta però quello con il maggior numero di imprenditori (circa 2.800 imprese, il 7% del totale nazionale, ormai è cinese il 5,3% delle piccole imprese milanesi). “Dati allarmanti – commenta Pietro Russo, presidente di Confcommercio Napoli-. Perché, parliamoci chiaro: tutte le risorse sottratte all’economia locale non vengono reinvestite nel nostro mercato ma tornano in Cina”. Il dragone cinese spaventa anzitutto con l’arma del dumping. La concorrenza sleale popola gli incubi del commercio napoletano. “Le leggi non ci consentono di fare quello che fanno in Cina. – dice Russo – Non devo stare qui a sottolineare costi di produzione e carichi fiscali, enormemente inferiori per i cinesi. Non è per fargli la guerra come invasori del mercato, noi vogliamo essere in campo, ma potendo competere a pari condizioni”. La cavalcata made in China è nel rapporto tra residenti (ufficiali) e imprese: nel 2011, a fronte dei circa 5mila immigrati della Repubblica popolare, ne erano in attività 1.609. A Napoli, quasi un cinese su tre possiede un’azienda. Sono commercianti all’ingrosso e al dettaglio, ristoratori e negozianti di abbigliamento, il settore che tira di più. Qualcosa si muove anche nell’elettronica. Con una sorpresa, per uno scenario economico ingrato con le quote rosa: la metà delle aziende cinesi sono aperte da donne.  Tra Napoli e la Cina c’è un giro d’affari da 90 milioni di euro annui. Cifre al netto dell’economia in nero, e di quella illegale. La tigre asiatica guadagna terreno dalla stazione centrale all’area vesuviana, sino all’agro Nolano. San Giuseppe Vesuviano, Terzigno e  Palma Campania le frontiere della colonizzazione. Ma l’insediamento galoppa tra i capannoni in periferia Est di Napoli, nel cimitero dell’industria di Stato, archiviata dalle privatizzazioni e dalla fine della programmazione economica.
“Napoli è la punta di diamante di questa invasione economica – osserva il presidente della locale Confcommercio – che in un periodo così difficile porta a un aggravio per le nostre aziende”. Il dinamismo cinese non si alimenta solo di scantinati-lager, imprenditori-aguzzini e prodotti fuori norma:  Cosco (China Ocean Shipping), colosso di Stato, fa la parte del leone tra i containers del porto di Napoli, e nel 2009 contava quasi 400 dipendenti. Nello scalo però “va posta una sempre maggiore vigilanza dalle autorità – aggiunge Russo – perché le cronache narrano di come sia diventato il punto di approdo della merce contraffatta proveniente dalla Cina”. Un gigante spietato, con cui si dovrà sempre più fare i conti.

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