Lun. Giu 17th, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Via il Porcellum

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di Ro. Ve.
di Ro. Ve.

montecitorio_6Ci sono voluti otto anni: la legge elettorale vigente, il cosiddetto Porcellum, è incostituzionale. La Corte Costituzionale l’ha infatti bocciato in tutti e due i punti sottoposti al vaglio di costituzionalità: ovvero il premio di maggioranza e la mancanza delle preferenze. «La Corte costituzionale – si legge in una nota – ha dichiarato l’illegittimità costituzionale delle norme della legge n. 270/2005 che prevedono l’assegnazione di un premio di maggioranza (sia per la Camera dei Deputati che per il Senato della Repubblica) alla lista o alla coalizione di liste che abbiano ottenuto il maggior numero di voti e che non abbiano conseguito, almeno, alla Camera, 340 seggi e, al Senato, il 55% dei seggi assegnati a ciascuna Regione. La Corte ha altresì dichiarato l’illegittimità costituzionale delle norme che stabiliscono la presentazione di liste elettorali “bloccate”, nella parte in cui non consentono all’elettore di esprimere una preferenza». Le motivazioni vere e proprie del pronunciamento della Corte «saranno rese note con la pubblicazione della sentenza, che avrà luogo nelle prossime settimane e dalla quale dipende la decorrenza dei relativi effetti giuridici».
In pratica la Consulta (smentendo tutte le previsioni di un rinvio) ha cancellato il premio di maggioranza, considerato abnorme, e ha inserito una preferenza simbolica laddove la legge non le prevedeva. «Resta fermo – afferma comunque la Consulta – che il Parlamento può sempre approvare nuove leggi elettorali, secondo le proprie scelte politiche, nel rispetto dei principi costituzionali». E qui casca l’asino: perché ad oggi non c’è alcun accordo dentro e tra i partiti su un modello piuttosto che un altro, che è il motivo per cui in otto anni non si è riusciti a mandare in pensione il Porcellum prima dell’intervento della Corte Costituzionale. Che adesso mette tutti di fronte ad una scelta: tenersi la legge così come “riscritta” dalla Consulta oppure darsi da fare. Non sarà semplice.
Tanto per dire: giusto oggi na nota di Palazzo Chigi ha smentito le voci secondo cui ci sarebbe già un patto tra Enrico Letta e Matteo Renzi sulla legge elettorale: il premier «è stato sempre assolutamente rispettoso del percorso del Pd e del dibattito congressuale» e quindi fino al risultato delle primarie del partito «non farà patti né riservati né alla luce del sole con nessuno dei tre candidati». Il premier, sottolineano le stesse fonti, si tiene in contatto con i principali candidati ed ha già annunciato pubblicamente la sua intenzione di incontrare il nuovo segretario del Pd subito dopo la sua elezione. Il cha fa capire quanto sia delicata la materia e quanto fragili gli equilibri. Non ci sono solo le questioni interne al Pd, ma anche quelle del Nuovo centrodestra di Alfano che vede come fumo negli occhi un possibile accordo in parlamento tra Pd e Forza Italia su un modello maggioritario che “stritoli” i piccoli partiti e/o li costringa a coalizzarsi.
Al Senato, che prima dell’estate si era assunto il compito «con urgenza», non hanno cavato un ragno dal buco. Tanto che il presidente del Senato si è arreso e ha passato la palla alla Camera: pensateci voi, deve aver pensato, che a me mi viene da ridere. Alla Camera, il Pd si sente più forte perché ha i numeri e si sa che Renzi (probabile prossimo segretario) vuole una legge elettorale maggioritaria, meglio se con doppio turno e aborre il proporzionale perché gli impedirebbe di essere lui il candidato del centrosinistra. Ma poiché al Senato è Alfano che tiene in piedi il governo con i suoi senatori, un qualche compromesso con lui si dovrà fare. Si vedrà.
Comunque una riforma della legge elettorale è tra i punti programmatici che il premier Enrico Letta intende portare in aula mercoledì prossimo in sede di verifica e sulla quale sta cercando di giungere a un’intesa tra le forze di maggioranza. Ma non solo. Proprio ieri il premier ha rivolto un appello alle forze politiche non di maggioranza, ma soprattutto a Forza Italia perché distingua tra l’appoggio al governo e la partecipazione attiva al percorso riformatore: «Ci sono tutti gli spazi per discutere», ha detto Letta, «ma il danno del non fare le riforme non viene contro uno o a vantaggio di un altro». Vallo a dire a Berlusconi che non vede l’ora di mettere nell’angolo i “traditori”.
Se davvero si volesse fare una legge elettorale che non va «contro qualcuno o a vantaggio di un altro» (visto che si tratta della più importante regola di funzionamento democratico di una nazione) si dovrebbe tornare ad un sistema proporzionale. Se non altro perché tutti i tentativi maggioritari degli ultimi quindici anni hanno miseramente fallito nel loro proposito “ufficiale”, che era quello, pensate un po’, di garantire la stabilità e la governabilità; mentre, in realtà servivano a ridurre gli spazi di democrazia e di rappresentanza, impedendo alle forze politiche minori di arrivare in parlamento se non coalizzate con quelle maggiori.
«La proposta di legge elettorale del governo ricade sotto la definizione di “interessi privati in atto di ufficio” – commenta appunto Paolo Ferrero – La legge elettorale, come tutti gli atti del governo, non è finalizzata al bene dell’Italia ma semplicemente alla sopravvivenza del governo. Il mantenimento artificiale di un bipolarismo farlocco in un paese in cui il bipolarismo non solo è fallito ma è morto e sepolto nelle urne è una porcheria antidemocratica che serve solo a mantenere il potere nelle mani dei soliti noti. L’unico sistema elettorale che può permettere al Parlamento di riacquistare una qualche rappresentatività – conclude il segretario del Prc – è quello proporzionale, in cui ogni cittadino possa votare per il partito e per il candidato che desidera».

(da Liberazione)

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