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Viaggio nel Sud 1 / “Camorra e politica? Una sola cosa”

Viaggio nel Sud 1 / “Camorra e politica? Una sola cosa”
di Andrea Manzi

Siamo in guerra, logorati da una ruvida offensiva. Una guerra che stritola il Sud e lo espone, nel proprio corpo fragile e indifeso, al rischio di una nuova, integrale “conquista” da parte della camorra. Si starebbero riverificando, in questi tempi di grave crisi, le condizione per un pieno controllo da parte dei cartelli criminali di attività economiche e sociali.
A lanciare l’allarme è un sindacalista coraggioso, Luigi Ciancio (foto), segretario regionale della Feneal Uil, un napoletano di Scampia trapiantato a Salerno da qualche decennio, che ha sperimentato sulla propria pelle, pagando di persona prezzi anche molto alti, croci e delizie della temerarietà in terre ad alto tasso criminale.

Perché siamo in guerra?
Stiamo subendo un cocktail di situazioni avverse che rischia di farci deragliare dalla storia civile. La guerra è all’interno dell’Europa e nel nostro paese, l’Italia, dove la camorra e il malaffare sono punte di un iceberg preoccupante. Su tutto, però, vi è la politica “criminale” di banche ed istituzioni, che finiscono per essere alleate di fatto della criminalità.

Alleate addirittura?
Nella finanza più disinvolta e spietata risiedono i mali peggiori di un paese, che attraggono il malaffare e lo potenziano, rendendolo metodo dominante di coesione e di governo. Gli anni ’80 costituiscono, in proposito, una lezione che noi meridionali non avremmo dovuto dimenticare. Don Riboldi chiamava le banche “puttane bianche”.

Torniamo alla guerra.
Negli eventi bellici c’è chi muore e chi si arricchisce. Chi si arricchiva nei conflitti che anche l’Italia ha vissuto? I fabbricanti di armi e i signori della borsa nera. Ebbene, oggi la situazione è la stessa del dopoguerra, di quegli anni terribili dal ’45 al ‘50. Sono diminuite le offerte di lavoro anche a prezzi stracciati, le imprese sottopagano gli operai…

E nessuno controlla?
Con il sistema delle “anticipazioni” fittizie nelle buste paga, elargite con soldi liquidi, lo stipendio di fatto risulta dimezzato. Poi, le imprese calcolano un minor numero di giornate. Ed ancora, si va diffondendo il fenomeno del cottimo camuffato o delle partite Iva fasulle di ditte individuali virtuali, un sistema – quest’ultimo – che sovente obbliga, di fatto, l’operaio a lavorare sette giorni su sette e dodici ore su dodici. In un inferno di questo tipo i controlli sono limitati e non mirati, quindi inefficaci.

Ci spieghi meglio la storia dell’inefficacia dei controlli.
Guardi, l’inefficacia si spiega con la incapacità di molti controllori, ma anche con il menefreghismo e la complicità degli organismi dello Stato, che dovrebbero assicurare la difesa della cultura della legalità. In ogni cantiere vi è perlomeno un tecnico, che dovrebbe provvedere al controllo. Si tratta di una figura “centrale”, pagata, però, dall’appaltatore. Mi riferisco al Rup o al titolare della direzione dei lavori. Spesso queste persone devono “controllare” fino a 30 cantieri al giorno e alla fine scelgono di non andare da nessuna parte. Ma, poi, ripeto, sono figure gestite economicamente da chi spesso non ha alcun interesse a che il controllo sia mirato ed efficace.

Questi, però, sono mali endemici del Sud.
Mali endemici aggravati da una crisi che, restringendo gli spazi dell’economia legale, automaticamente allarga quelli dell’imprenditoria sommersa e criminale. In questo periodo sono diminuite le gare d’appalto, le banche non fanno credito agli imprenditori, ovviamente se questi ultimi non si chiamano Ligresti, Caltagirone o Verdini. Chiudendosi i rubinetti ufficiali del credito, entra in campo l’usura e, quindi, la camorra. Eccola, la borsa nera del dopoguerra, la stessa cosa di allora. Tale e quale. D’altra parte, i dati confermano la mia analisi: l’usura è in crescita del 160 per cento, molti operai guadagnano 30 euro al giorno e chiedono a noi sindacalisti di non fare denunce per non perdere quel poco che hanno. Non è una guerra questa? Lo è, ci sono le macerie, la fame e la criminalità che, se lo chiedi, è pronta a fornirti l’essenziale per vivere.

Soltanto il rubinetto del credito legale potrebbe limitare, sembra di capire, l’aggressiva intraprendenza imprenditrice della camorra.
Su questo non ho ombra di dubbio, anche perché negli anni ’90 si verificò in Campania, a Salerno per la precisione, un episodio che conferma la mia tesi.

Ce ne parli.
Era il 1996 ed io ebbi la certezza, ad un certo punto, che nei cantieri del centro storico di Salerno si praticasse abbastanza diffusamente il lavoro nero. Ne parlai con le autorità, in particolare con il questore e il prefetto. Quest’ultimo, il dottore Giuseppe Romano, un vero galantuomo, mi disse: “Io in base alla sua denuncia dovrei circondare il centro storico e fare controlli serrati cantiere per cantiere. Ma sa che cosa accadrà? La prima settimana io e lei diventeremo degli eroi; nella seconda il nostro tasso di eroismo diminuirà sensibilmente e, dopo un mese, quando in molti perderanno il lavoro, io e lei diventeremo dei malfattori. Perché, invece, non uniamo le forze e tentiamo di sbloccare le opere?”.

E cosa accadde?
Facemmo proprio così, sbloccammo molte opere, il lavoro aumentò sensibilmente, immediatamente diminuì il numero dei lavoratori a braccia conserte, la manodopera divenne meno ricattabile e alle autorità riuscì più agevole il compito di salvaguardare le regole o introdurle laddove mancavano. Ricordo ancora i ringraziamenti del giudice Rosa Volpe ai sindacati, nel corso di una conferenza stampa seguita al blitz sui cantieri della Salerno-Reggio Calabria, per l’ottimo lavoro svolto in collaborazione con le istituzioni, sia nell’opera di monitoraggio delle infiltrazioni che nella denuncia delle anomalie riscontrate.

Quello fu il periodo delle grandi opere, soprattutto nel Cilento e per il fiume Sarno.
Il lavoro è diminuito e, conseguentemente, è aumentata l’aggressione criminale. I due fenomeni, lo ripeto, sono collegatissimi. Dal 2007 ad oggi, nella sola Campania, abbiamo 25mila lavoratori in meno nell’edilizia, 4.000 imprese sono state inghiottite dalla crisi e, pertanto, o sono scomparse o sono emerse “nel nero”. È una tragedia ed io credo che il 2013 sarà un anno peggiore di questo, checché ne dica qualche solone dell’economia.

Non c’è scampo, dunque?
La tragedia sarà inevitabile a meno che la camorra non farà come ha fatto in Spagna, dove ha investito tutti i capitali disponibili nel mattone. Oppure come ha fatto in Germania la ‘ndrangheta, che ha investito nelle pizzerie e nei supermercati tutti i consistenti depositi accumulati negli ultimi decenni. In Italia la vedo difficile, perché se i clan decidessero di investire tutti i capitali nell’edilizia farebbero una riedizione della ricostruzione del dopo terremoto dell’80.

Fu un punto di svolta?
Sì, nel dopo-terremotro cambiò la storia d’Italia. E cambiò profondamente.

Perché si legarono a doppio filo la politica e la camorra?
Politica e camorra non si legarono, ma divennero la stessa cosa. E oggi, mi creda, la situazione non è cambiata. Ma ne riparleremo nella seconda parte di questa conversazione.

(continua)

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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