Mer. Lug 17th, 2019

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Vini campani, il destino è nei loro nomi

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di Silvia Siniscalchi
di Silvia Siniscalchi
ViniCampani
Clicca sull’immagine per ingrandire la mappa dei vini campani

La produzione del vino in Campania si avvale di un patrimonio ricco di identità enologiche locali profondamente legate alla cultura e alla storia dei diversi territori, diversi per clima, orografia e natura dei terreni, con le loro varietà tradizionali che, sin dall’antichità romana (ma in alcuni casi anche greca), hanno garantito vini tipici pregiati. E che la coltura della vite nella nostra regione sia una pratica antica lo testimoniano i numerosi reperti archeologici (vasellame, aratri, torchi, gomene, canestrelle e così via) che ne documentano la presenza, i testi classici (da Cicerone a Tibullo a Plinio a Marziale, da cui si apprende che il Falerno, il Greco, il Faustiniano della Campania erano i “vini degli imperatori”) e i numerosi toponimi del vino che si incontrano nelle zone storicamente connotate dalla presenza della viticoltura, in aree soprattutto collinari, dove le modifiche del paesaggio sono state molto meno invasive di quelle che hanno trasformato le pianure e le coste dall’ultimo dopoguerra in poi. È perciò il caso, per la provincia di Salerno, di toponimi conservati in altura soprattutto nella bassa e media collina, o anche in montagna (a quasi mille metri) sui dorsi dei Monti cilentani della Stella-Gelbison, della Costa d’Amalfi e dei massicci confinanti con la provincia lucana, dove i vitigni storici hanno resistito nel tempo grazie alla purezza di suoli, acque e aria. Come si legge in alcuni degli studi di toponomastica del prof. Vincenzo Aversano dell’Università degli Studi di Salerno, le denominazioni di questi vitigni sono semplici da codificare se riferite al frutto (come nel caso di “Uva Lupa”, “Vigni grane”, “Chiusa dell’uva” o “Case Vignadonica”), mentre in altri casi gli “oinotoponimi” possono essere scoperti solo se si conoscono la geografia, la storia e le pratiche agronomiche antiche e recenti. Ne rappresentano un esempio toponimi quali “Palmenta” e “Valle Palmentara” (legati alla presenza di frantoi dell’uva) “Olivella” (denotante un acino a forma di oliva e non la presenza dell’olivo), “Cellara” e “Magazzini” (riferiti a fabbricati dove si conservava il vino), “Vuttiello”, “Monte Doglia”, “Casa Bottelli” (richiamanti i contenitori del vino), “Olmo”, “Varco del Salice”, “Salice” e “Canna” (diffuso un po’ ovunque in forma semplice, composta, singolare, plurale e diminutiva), esprimenti la presenza di piante che spesso fungevano da supporto all’albero della vite. In qualche zona la compresenza di toponimi vitivinicoli legati a questi alberi lascia pensare a dei piccoli sistemi integrati di coltivazione della vite, trattandosi di nomi che offrono indizi sulle tecniche agronomiche e, in alcuni casi (come arbusto o arvusto), alludono alla vite maritata ad albero, già diffusa nell’agro casertano dal tempo dei Romani, ma ereditata dagli Etruschi, a loro volta debitori alle antiche popolazioni dei Liguri e all’irradiazione culturale massaliota.
La produzione del vino non ha però avuto nel corso dei secoli passati vita facile.

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Michelangelo Merisi da Caravaggio, “Bacco” (1596-97)

Più volte la coltivazione è scomparsa, anche a seguito di particolari vicende storico-politiche (tra cui, ad esempio, la Guerra del Vespro tra angioini e aragonesi) o crisi produttivo-sanitarie (carestie ed epidemie), l’ultima della quale ebbe un impatto particolarmente negativo proprio sui vigneti: ci si riferisce alla fillossera, un temibile insetto originario dell’America Settentrionale, che nell’ultimo quarantennio dell’Ottocento fece strage di tutti i vigneti del mondo (giunse intorno al 1863 in Francia e nel 1879 in Italia), eccetto che in America, dove la pianta aveva sviluppato, in secoli di convivenza con il parassita (Phylloxera vastatrix), una speciale resistenza ai suoi attacchi. Nacque proprio da questa circostanza la tecnica dell’innesto delle varietà europee su piede americano, rivelatasi decisiva nel debellare il temibile flagello che aveva fatto scomparire immense superfici a vite, soprattutto nelle zone naturalmente meno vocate. La geografia del vino cambiò così completamente e le aree che resistettero con maggiore forza agli attacchi degli insetti (tra cui, oltre alla fillossera, si distinguevano altre crittogame dannose alla vite, come la peronospora) furono indotte a procedere al completo rinnovamento degli impianti. Tra queste c’era la Campania, che, grazie ai suoli vulcanici leggeri e caldi che proteggono naturalmente le vigne, registrò il problema soltanto nel primo quarto del ‘900, subendo però un notevole impoverimento delle varietà vinicole sino ad allora esistenti.
Da allora probabilmente il gusto del vino è diventato un altro, né è dato sapere per via genetica o toponimica i particolari gusti dei vini e relative denominazioni (oggi DOC, DOCG e IGT) in dipendenza dei tipi di suoli o di vitigni importati per trasmissione colturale e culturale (è il caso del greco di Tufo, introdotto – pare – già dagli antichi elleni). Attualmente i vini campani a denominazione di origine sono ventuno, tra cui eccellono le tre DOCG irpine, con oltre settanta tipologie, ma il complessivo patrimonio vinicolo campano secondo studi recenti comprende oltre cento varietà. Si tratta di un numero impressionante che nessuna altra area vitivinicola nazionale o internazionale può vantare. Si va dai vitigni costieri della Penisola Sorrentina (dal Suppezza al Sabato e allo Sciascinoso sul lato sorrentino; dal Fenile al Ripolo, alla Pepella, alla Ginestra, al Tintore di Tramonti sul lato amalfitano) e delle isole di Capri, Procida e Ischia (con i vitigni Biancolella e Forastera) a quelli dell’Agro Aversano (come l’Asprinio “maritato” al pioppo) e dei suoli vulcanici (tra cui il Falerno del Massico e il Galluccio di Roccamonfina, il Falanghina dei Campi Flegrei e il Piedirosso o “Pér ‘e palummo”) ai vitigni delle zone interne (il Greco, l’antica Aminea Gemina dal grappolo doppio, il Coda di volpe, nell’area irpina; il Casavecchia nero e i Pallagrello bianco e nero nell’area Caiatina della provincia di Caserta; il Sommarello e il Barbera del Sannio nel Beneventano) e al celeberrimo Aglianico, di origine greca, una delle più antiche e massime espressioni dei vitigni campani, coltivato nei suoi vari tipi in diverse zone della regione (l’Aglianico amaro a Benevento e Caserta, l’Aglianico di Taurasi, l’Aglianicone di Salerno, l’Aglianichello di Napoli).
Anche la provincia di Salerno ha una notevole varietà vinicola, di cui le più diffuse espressioni sono i vitigni Aglianico, Barbera, Piedirosso, Sangiovese, Fiano, Falanghina e Greco, cui si aggiungono circa settanta varietà di vitigni cosiddetti “minori” (tra i quali le uve della Costiera Amalfitana e quelle delle colline che si affacciano sul golfo di Salerno) mentre, in alcune aree, si coltivano vitigni internazionali (in prevalenza Merlot e Cabernet Sauvignon).
Tra famiglie storicamente dedite alla produzione vinicola e nuovi vignaioli, l’impegno con cui i produttori si sono negli ultimi decenni sforzati di valorizzare e anche recuperare le varietà autoctone ottenendo produzioni pregiate tipiche, anche attraverso l’organizzazione di appositi corsi universitari di aggiornamento e perfezionamento professionale (tra cui “Wine Business”, organizzato presso l’Osservatorio dell’Appennino Meridionale dell’Università degli Studi di Salerno presieduto dalla prof.ssa M.Giovanna Riitano), hanno quindi dato risultati concretamente visibili, tra cui l’ingresso di cinque marchi campani (Feudi San Gregorio, Mastroberardino e Torredora della provincia di Avellino, Montevetrano della provincia di Salerno e Galardi della provincia di Caserta) nell’elenco delle cento migliori cantine d’Italia stilato dalla redazione della prestigiosa rivista americana “Wine Spectator”, che sarà presentata alla prossima edizione di Vineitaly di Verona.
Ma la “messa a frutto” della produzione vinicola campana ha impieghi molteplici, come dimostrano le potenzialità dell’enoturismo: anche nella nostra regione, per esempio, sono state create da diversi anni le Strade del Vino, volte a creare un’offerta turistica integrata nella evidenziazione dei nessi tra i vini e le loro aree di appartenenza ed elezione, per valorizzare il territorio e le sue risorse naturali e culturali, con vigneti e cantine aperte al pubblico. Per la provincia di Salerno le strade sono state articolate tra quelle della Costa d’Amalfi, di Castel S. Lorenzo e del Cilento (vedi mappa). In tale prospettiva non sembra quindi azzardato proporre anche una riscoperta dei toponimi del Salernitano che del vino parlano tuttora. Si tratterebbe di una valorizzazione che potrebbe contribuire a scongiurare il pericolo della omologazione dei sapori sugli standard internazionali, rievocando le tradizioni locali anche attraverso la toponomastica identitaria, invitando al contempo i turisti a percorrere itinerari di aree interne e poco conosciute, oltre ai più celebri sentieri della costa e delle aree di pianura.

IConfronti per Le Cronache del Salernitano

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