Volare via dalla vita per soli 35 euro, povero Sasà

di Rosaria Fortuna
Salvatore Caliano lo conoscevo bene. Il bar Tico dove lavorava, in via Duomo, di fronte a Forcella, è lo stesso bar che frequentavo quando lavoravo in quella strada, e Salvatore, Sasà, si avvicendava con i suoi colleghi per porgerci il caffè. Ogni volta che passava,  il suo “ ‘o vulite ‘o cafè?” si accompagnava ad un sorriso fragoroso, e a quel signoraaaaaaa urlato sorridendo, con cui mi chiamava mentre andava da una parte all’altra di quel micro-macro cosmo che è il lato di San Biagio dei Librai contiguo a Forcella e proiettato su via Duomo.
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Salvatore Caliano, Sasà
Sasà non era solo allegro e sorridente, ma sapeva anche essere caustico, arguto. Riusciva a condensare in una frase storie, situazioni, persone. Aveva due grandi occhi neri vigili e attenti, l’orecchio finissimo e, poiché a Napoli il caffè del bar si consuma anche in casa, Sasà entrava nei portoni, nei vicoli, in quella infinità di storie ordinarie e straordinarie che, a loro modo,  compongono le vite di qualsiasi città, ma che a Napoli hanno una tessitura spessa, salda e invisibile per chi non è allenato alla geometrica trama napoletana delle passioni.
Ci scambiavamo anche i consigli sul cibo da consumare, io e Sasà, visto che Marilena Alberoni, la signora di “Bell e Kavr” , in via Duomo, era la nostra comune “spacciatrice” di cibo. Ancora ricordo la felicità nei suoi occhi quando gli consigliai la frittata di maccheroni di Marilena, frittata alta come un pan di Spagna, e farcita di formaggio e prosciutto. Quella felicità era un riconoscimento a me e alla frittata, perché  a Napoli, quando qualcuno ti consiglia qualcosa di buono da mangiare, il godimento è doppio. Un modo tutto speciale di ringraziare per un’attenzione umana, radicata e utile a creare rapporti.

Spesso per strada, quando lo incontravo, mi improvvisava una serenata “neomelodica” e sempre sorridendo lo spostavo di peso, mandandolo bonariamente a quel paese. Finiva sempre a ridere.

Aveva una grande passione per il calcio con annesse bollette e una fidanzata di cui parlava solo per raccontare se ci andava a pranzo. I napoletani, si sa, sono introversi a qualsiasi età e i fatti loro, quelli intimi, non li sbandierano facilmente.
Sulle mance si consumavano vere e piccole lotte tra noi. Sasà, proprio come un bambino di appena ventuno anni, le pretendeva, metteva il broncio e si toglieva di torno solo quando, sorridendo, la otteneva per davvero, la mancia. Il sorriso era la sua arma, il ponte tra un mondo che lo usava e il mondo a cui apparteneva, e con cui ragionava con la lucidità da adulto scafato. Cambiava faccia, ma lo sguardo era profondamente malinconico. E il sorriso, che era talvolta una maschera ed una modalità per superare la fatica di una giornata di lavoro lunghissima, diventava l’unica concessione umana al mondo degli altri.
Sasà era un pezzo di via Duomo, un incastro, una tessera di mosaico, come tutti noi. La mattina quando arrivavo al lavoro era, molto spesso, il primo ad allungarmi il buongiorno. Un modo anche di coltivarmi, astutamente ma sempre con un pizzico di ingenuità. Per questa sua attenzione, che è di tutti quelli che rendono la nostra indolenza e il nostro bisogno di coccole una condizione di schiavitù per loro, i ragazzi del  bar, come lui, sono anche degli stabilizzatori dell’umore. Il cliente per i ragazzi del bar è la palla con cui fare gol. Il loro scatto in avanti con il cliente li porta alla mancia assicurata determinando un brivido proprio come quello per la rete che si gonfia. È il preludio per un più sereno ritorno a casa.
Quei trentacinque euro in più, promessigli per pulire l’ascensore di un palazzo nell’ora di interruzione del suo “lavoro”, che gli sono costati l’unico volo che non avrebbe immaginato di fare, erano un’enormità per lui, praticamente uno straordinario da sommare allo stipendio,  visto che le mance servivano anche per pagarsi il pranzo, e te ne accorgervi dal conteggio mnemonico che faceva, mentre metteva le mani in tasca, e sceglieva un piatto piuttosto che un altro. Sembrava Patsy in “C’era una volta in America”, davanti alla charlotte con la panna, acquistata per accedere alle grazie di Peggy.
Sasà era così, come Patsy, ma come siamo tutti, perché desideriamo tutti allo stesso modo, e solo il desiderio ci trasfigura e ci fa tornare bambini golosi ed uguali, senza differenze di classe. Lo voglio ricordare così e lo voglio ricordare pure come l’ho visto un mese fa, a fine giornata, con il mocio, mentre puliva nel bar, concentrato, preciso, solitario, con gli occhi suoi veri non quelli per gli altri. Gli stessi occhi che di sicuro aveva, poco prima di spiccare il  volo.
In copertina, Via Duomo a Napoli

 

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