Votare rimpiangendo il passato, ma che democrazia è mai questa?

Votare rimpiangendo il passato, ma che democrazia è mai questa?
di Diogene

elezioni_tmnews.itIl dubbio è stato forte: andare al seggio o non andare, votare, non votare. Alla fine l’ho risolto. Non andare significa abdicare a quello che ancora è rimasto in tema di libertà e di opinione. Il voto però è un’altra cosa. Una volta il voto era espressione di preferenza; votavi un simbolo e una persona perché sentivi di poter scegliere; ti sentivi attore sull’intricato palcoscenico della politica. Esprimevi una scelta, un modo di essere, uno stato d’animo; davi la preferenza a una persona che trovavi preparata, degna di fiducia, degna soprattutto di rappresentare i tuoi sogni, le tue ambizioni, le tue speranze. Insomma ti sentivi protagonista quando ti accingevi a votare, matita nella mano e scheda in pugno.
Ricordo il periodo delle quattro preferenze. Potevi addirittura votare quattro persone, ci pensate? Le campagne elettorali erano un’altra cosa. I candidati, o chi per loro, erano organizzatissimi. Appena scendevi per strada ne trovavi a iosa; lasciavi uno e ne trovavi un altro. E tutti a domandarti: “So che voti mister x; ma ce l’hai un posto libero per il mio candidato?”. C’era gente che probabilmente ti infastidiva perché assillante, insistente, anche seccante. Ma un certo non so che di umano, vero, autentico veniva fuori in quei contatti, in quel chiedere.
Le campagne elettorali erano snervanti, massicce, con rastrellamenti di voti porta a porta. Sorrisi di circostanza, saluti calorosi da chi in altri periodi nemmeno ti salutava, promesse quante ne volevi, ma anche tanto contatto con la gente, tanto calore, tanta partecipazione. Sentivi forte, con tutte le contraddizioni causate da richieste ossessive e da marcature strette, il profumo della vera democrazia. Per forza di cose, dovevi anche imparare a dire sì a chi ti chiedeva solo un voto dei quattro a disposizione: in caso contrario non ti liberavi dall’impiccio. Ammiccavi e poi facevi comunque quello che ti suggeriva la tua coscienza. Votavi e te ne tornavi a casa nella convinzione di avere fatto il tuo dovere di cittadino e di aver scelto bene.
Da qualche anno la musica è cambiata. Hanno cominciato con il ridurre le preferenze: una sola poteva bastare. Poi sono passati dalla democrazia autentica, a quella assistita. “Noi facciamo le liste, noi scegliamo i candidati che devono essere eletti. Voi dovete solo votare”. Niente preferenze, niente scelte: si votano solo i simboli e i cosiddetti leader. Deve vincere chi è scelto da chi comanda; il popolo non deve entrare nel merito degli eletti. C’è chi li sceglie e li sceglie meglio! Bella la democrazia, vero!
Mi sono avviato verso il seggio, sono entrato e mi hanno consegnato due bei “lenzuoli”: uno per il Senato e uno per la Camera. Nel chiuso della cabina, convinto di avere a che fare una classe politica non più credibile, arrogante e corrotta, ho espresso il mio voto, o, meglio, quello che mi suggeriva la mia coscienza. Quando i risultati delle votazioni saranno noti e quando tutti – come è costume politico inveterato – dichiareranno di aver ottenuto risultati soddisfacenti e vittorie mirabolanti, potrò dire a me stesso che ho fatto pace con la mia ribelle e incontaminata coscienza di uomo libero.

redazioneIconfronti

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