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Voto senza libertà

Voto senza libertà
di Aniello Manganiello *
don Aniello Manganiello

don Aniello Manganiello

Raccomandazione o meritocrazia? Qualche settimana fa ci interrogammo sulla piaga purulenta del nostro tempo – pressioni indebite per emergere – entrata nella nostra cultura civica, al punto da aver cancellato il valore della legalità. Questo pessimo costume italiano, diffuso in tutti gli ambiti, se calato in politica produce danni irreparabili, così come abbiamo potuto verificare anche in quest’ultima competizione elettorale. Abbiamo osservato, infatti, che la raccomandazione è un canale per cercare consenso e mietere suffragi e la crisi che stiamo attraversando ha sviluppato oltremisura tale pratica ad ogni livello, perché la sfiducia induce tutti a cercare alleanze e protezioni in grado di poter assicurare qualche privilegio, bypassando la legge. Naturalmente, questi atteggiamenti difensivi non favoriscono quella crescita culturale che appare indispensabile per la ripresa. I giovani, in particolare, nel nostro paese non credono in se stessi né nutrono fiducia nell’affinamento delle loro capacità culturali e professionali. Nel 2013, centomila ragazzi italiani hanno lasciato il nostro paese per inseguire un lavoro, negando a loro stessi l’ipotesi che la fiducia possa tornare in Italia.

Il voto, che poteva rappresentare in questa fase un messaggio rivoluzionario per lanciare in tutte le direzioni il grido della richiesta di lavoro, è apparso ancora una volta un atto emotivo, influenzato da promesse e proclami, con una deriva clientelare che ne ha condizionato gli esiti. È come se in Italia si votasse inseguendo un desiderio e identificandolo proiettivamente con questo o quel simbolo ondivago.  Votare è un atto intimamente spettacolare, che disarticola la scelta politica dalla sua realtà e la colloca in un’area fatta di sensazioni, promesse, miraggi. Si oscilla, così, tra un sentire primitivo e vecchie ritualità. Queste ultime vivono di raccomandazioni, trame amicali, sostegni ispirati a principi di solidarietà privata, a rassicurazioni protettive. Non ho trovato in giro per l’Italia una folta rappresentanza di ragazzi con la fiducia nel voto. Quasi nessuno, cioè, crede che le cose possano cambiare attraverso la scelta democratica. Questo è un esito della dequalificazione politica, della assoluta mancanza di autorevolezza e di rigore nella scelta della classe dirigente. Per questo motivo, votare è diventata cosa diversa da scegliere. È soltanto un favore da rendere a qualcuno, un gesto di amicizia o di riconoscenza, ma non un atto di libertà. Superare questo gap è complicato. La strada sarebbe duplice: educazione di base e, da parte delle forze politiche, severità assoluta nella scelta dei candidati da proporre. Ma su questo secondo binario non si nota nulla di nuovo (e di buono).

* Fondatore di “Ultimi”, associazione per la legalità

 

 

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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