Voyage au bout de la nuit

Voyage au bout de la nuit
di Luigi Zampoli

Ci sono viaggi che iniziano e non finiscono mai; iniziano dalle pagine di un romanzo, di un capolavoro senza tempo come “Viaggio al termine della notte “ di Celine, per insinuarsi nella subcoscienza dell’uomo contemporaneo e continuare all’infinito.
Ferdinand Bardamu è puro archetipo: uno nessuno e centomila, latente, sedimenta e fuoriesce quando il contesto lo estrapola da individui che vivono, in tempi e forme diverse, le sue stesse peripezie.
Bardamu è ognuno di noi al netto del pudore, svelato nelle sue sensazioni, senza censure sociali, forse anche i social media di oggi ci mostrano il lato peggiore e al contempo autentico delle persone, pensieri e parole brutali di chi usa la tastiera di un pc per sfogare impulsi viscerali.
Ne leggiamo tante di storie tragiche, situazioni difficili da cui le persone provano ad uscire fuori, a volte riuscendoci, a volte no: vite precarie e provvisorie che sono la costante esistenziale di tantissimi individui, in particolare giovani.
Segue, inevitabile, lo sconforto, un misto di lucidità e amarezza che sorregge ogni nostra pausa momentanea, poi in qualche modo tocca riprendere il viaggio, confidando non tanto nel fatto che termini felicemente, ma piuttosto che termini e basta.
L’uomo è ancora quello, dai lirici greci, al Bardamu di Celine fino al nostro contemporaneo, la sostanza è sempre cruda, prosaica e onesta e l’attualità dei nostri tempi non si sottrae a questa sorte di eterno ritorno dell’uguale. Niente, insomma, impedisce una lettura del ”Voyage” immersa in un presente che vede il nazionalismo, che oggi chiamiamo “sovranismo”, agire in un contesto di grave crisi, economica e sociale, riportando in vita divisioni e lacerazioni che sembravano ormai archiviate con il Novecento.
Bardamu non è un nichilista, è un uomo che si libera dell’inesprimibile, dice quello che non sta bene dire, quando il tempo che sta vivendo diventa sempre più insopportabile; la reazione al conformismo non è il vuoto, piuttosto il vero sintomo di un nichilismo moderno ha le caratteristiche di un’assuefazione di massa.
Lo ritroviamo, oggi, invisibile e presente, tra noi, lo spirito del personaggio immortale di Celine; è un monito a non lasciar fare, a non lasciar accadere le cose, senza almeno provare e manifestare un catartico e vigoroso disgusto.
In fondo, basta girarsi intorno.
Bisogna esprimere ogni tipo di disagio, personale e collettivo, senza curarsi delle conseguenze, fare i conti con la verità quale essa sia, solo così si può andare oltre il termine della notte, una notte fatta di paure, di sguardi bassi e di etica approssimativa. La notte è anche quella del guscio in cui si è tentati di chiudersi, per sottrarsi dal sentire comune senza prendere una posizione pubblica di critica e contrasto, il buio che fa rima con silenzio e rassegnazione.
«Così finiscono i nostri segreti quando li esponi all’aria e in pubblico. Di terribile in noi e sulla terra e in cielo c’è solo quello che non è stato ancora detto. Saremo tranquilli solo quando tutto sarà stato detto, una volta per tutte, allora finalmente faremo silenzio e non avremo più paura di stare zitti. Ci saremo.» L.F.Celine “Voyage au bout de la nuit”.

redazioneIconfronti

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